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Recensione su Guerre Stellari IV - Una nuova speranza

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“Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…” / 19 febbraio 2017 in Guerre Stellari IV - Una nuova speranza

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Così recita il celeberrimo incipit della saga cinematografica più famosa della storia del cinema. Si può anzi dire che è stata proprio con questa trilogia che si è cominciato a usare il termine “saga” e “trilogia” riferiti a una serie di opere cinematografiche collegate tra loro.
Se Blade Runner è l’opera che è servita da esempio per qualsiasi altra produzione che abbia voluto occuparsi di fantascienza metropolitana, Guerre stellari ha invece segnato, con il suo colossale successo, un nuovo standard per le produzioni che volevano fare della spettacolarità e dell’intrattenimento puro la propria caratteristica principale. Il film e i suoi sequel hanno in pratica reinventato il concetto di kolossal, aprendo la strada a quelli che saranno in seguito definiti blockbuster fantascientifici. Nello stesso modo hanno dato un incentivo allo sviluppo delle tecnologie inerenti gli effetti speciali. Lo stesso George Lucas, l’eminenza grigia che sta dietro a tutto il progetto e realizzazione della saga, creò per l’occasione una propria azienda per la produzione di effetti speciali, l’Industrial Light and Magic (ILM), tutt’oggi ancora attiva.
Un incipit fiabesco che è già una dichiarazione d’intenti e che pone un classico racconto fantasy in una realtà fantascientifica, un’avventura avvenuta in un’epoca del passato imprecisata di un’imprecisata galassia.
Caratteristica della fantascienza prima di allora era quella di spostare in avanti nel tempo la narrazione, in un futuro più o meno lontano dal presente, con un’evoluzione umana scientifica plausibile (o presunta tale). La creatura di George Lucas invece no, come abbiamo letto nell’incipit essa si svolge “tanto tempo fa…”.
Guerre stellari costituisce quasi un unicum nella storia del cinema e del costume anche per la quantità di opere derivate: una seconda trilogia iniziò nel 1998, sempre sotto la direzione di Lucas, e una terza, dopo il passaggio del marchio alla Disney, ha preso avvio nel 2015; Diverse serie televisive a cartoni animati; due spin-off, L’avventura degli Ewoks (Caravan of Courage: An Ewok Adventure, John Korty, 1984) e Il ritorno degli Ewoks (Ewoks: The Battle for Endor, Jim Wheat, Ken Wheat, 1985); diverse serie di romanzi, fumetti e videogame; un infinito merchandising. In sostanza un impero che è andato molto aldilà delle intenzioni del film di origine, con una popolarità tale da prescindere la qualità stessa di ogni singolo episodio, anzi che rende anche inutile parlare di qualità per un franchise cui basta apporre il proprio logo su un prodotto per decretarne il successo.
Il primo film della trilogia, definita “originale” per distinguerla dalle successive trilogie ambientate nel medesimo universo narrativo, uscì nelle sale nel 1977. Fu proprio questo film, insieme ad altri quali Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), Superman (1978) e Alien (1979), a dare inizio alla rivoluzione del genere che si sarebbe palesata in maniera clamorosa negli anni ottanta.
Lucas comunque faticò non poco a farsi approvare i finanziamenti dalla 20th Century Fox, convinti che il film non avrebbe avuto successo al di fuori della cerchia degli appassionati di fantascienza.
La trama è notissima: Lo sfondo è la guerra tra il malvagio Impero Galattico e l’Alleanza Ribelle. Dopo essere venuta in possesso dei piani di progettazione di una nuova e potente stazione da battaglia spaziale, la Morte Nera (Death Star nell’originale), capace di distruggere interi pianeti, la principessa Leia Organa (Leila nella versione italiana, interpretata da Carrie Fisher), esponente di spicco della ribellione, è catturata con la sua astronave dal braccio destro dell’imperatore Darth Vader (Lord Fener nella versione italiana, interpretato da David Prowse, con la voce originale di James Earl Jones) e dal Grand Moff Tarkin (Peter Cushing). L’impero è alla ricerca proprio dei piani rubati che la principessa è comunque riuscita a mettere al sicuro affidandoli a due droidi, R2-D2 e C-3PO, inviati con una capsula di salvataggio sul vicino pianeta Tatooine. Qui sono ritrovati da Luke Skywalker (Mark Hamill), un giovane che vive con gli zii in una zona desertica del pianeta. All’interno di uno dei due robot, trova un messaggio segreto destinato a Obi Wan Kenobi (Alec Guinness), un vecchio e solitario eremita cui Luke non manca di andare a cercare. Kenobi gli rivela che in realtà lui è uno degli ultimi Cavalieri Jedi, antichi difensori della vecchia Repubblica, prima dell’avvento dell’impero, maestri nell’uso della “Forza”, un’energia che permea tutto l’universo. Gli parla anche del padre Anakin, ucciso, a suo dire, anni prima dallo stesso Darth Vader. Insieme decidono quindi di andare a liberare la principessa e per far ciò chiedono un passaggio all’avventuriero Han Solo (Harrison Ford) e al suo amico Chewbacca (Peter Mayhew) a bordo della loro astronave Millennium Falcon. Riusciti dopo varie peripezie nell’impresa, non prima che Kenobi venga però ucciso da Vader, i quattro, insieme ai due droidi, raggiungono la base ribelle dove viene messo a punto un attacco decisivo contro la Morte Nera proprio grazie ai piani recuperati. L’attacco riesce con il colpo decisivo sferrato proprio da Luke, guidato dalla “Forza” ai cui poteri Kenobi lo aveva iniziato prima di morire.
Il successo del film all’uscita nei cinema fu clamoroso, immediato e inaspettato allo stesso Lucas.
Tanto si è detto e tanto si è scritto sulla trilogia originale e sui suoi significati sociali, filosofici e addirittura religiosi. Lucas da parte sua ha sempre affermato che il suo intento era solo quello di intrattenere il pubblico con una storia avvincente e “classica”. Sua intenzione originale era fare un film su Flash Gordon, eroe dei fumetti e di alcuni serial cinematografici degli anni trenta e quaranta ma, non potendone ottenere i diritti di sfruttamento, decise di creare da sé una storia con un “sense of wonder” affine.
Qualcosa di simile farà successivamente anche con la saga di Indiana Jones, dove riunì in un unico film (e poi in altri tre sequel) tutti i topoi classici dei film, dei romanzi e dei fumetti d’avventura degli anni trenta.
Flash Gordon è sicuramente stato uno dei modelli ispiratori della saga, con le sue avventure pirotecniche in variegati mondi, ma non l’unico.
La trilogia di Guerre stellari unisce alla fantascienza un misto di avventura epica e suggestioni tecnologiche, scientifiche, mistiche e religiose che prendono origine dai più disparati generi narrativi. Non indifferente è l’apporto di temi presi dall’universo fantasy: la lotta manichea del bene contro il male, i signori oscuri, i cavalieri, le principesse da salvare, gli eroi, i corrispettivi dei draghi e di altre bizzarre creature.
La saga ripercorre tutte le tredici tappe del viaggio dell’eroe enunciate dallo storico Joseph Campbell nel suo libro L’eroe dai mille volti (1949). La teoria di Campbell dice che non è possibile creare nuovi miti, ma solo rielaborare quelli del passato, perché ogni idea, che a prima vista può apparire originale, deriva in realtà dagli stessi motivi originali e quest’assunto è particolarmente valido osservando l’opera di Lucas.
Le tredici tappe, per inciso, sono: Il Mondo Ordinario; L’Appello all’Avventura; Il Rifiuto dell’Appello; L’Incontro con il Maestro; L’Attraversamento della Prima Soglia; Prove, Alleati, Nemici; L’Avvicinamento alla Caverna più Segreta; Sacrificio e tradimento; La Prova Suprema o Iniziazione; Il Premio; La Via del Ritorno; La Resurrezione; Il Ritorno con l’Elisir.
Ci si rende così conto di come, ad esempio, la spada laser degli jedi non è poi così diversa dall’Excalibur di Re Artù, della Gramr di Sigfrido o dalla Narsil di Aragorn. Obi Wan Kenobi è invece il Merlino o il Gandalf della situazione. Darth Vader è il Cavaliere Oscuro, con la sua armatura che a sua volta ricorda quella delle elaborate corazze dei samurai medievali giapponesi.
I monaci guerrieri, paladini della libertà e guardiani della pace, gli Jedi, devono il loro nome dagli Jidai-geki, un determinato genere di film storici giapponesi cui appartiene anche La fortezza nascosta (Kakushi-toride no san-akunin, 1958), film di Akira Kurosawa cui Lucas ha sicuramente attinto per vari elementi della prima stesura della sceneggiatura del primo film.
Sempre dall’oriente arriva il concetto di Forza quale energia che pervade tutto l’universo, soprattutto nelle teorie dello Yoga indiano, ma anche nello shintoismo giapponese e nel taoismo cinese.
I temi della trilogia sono facilmente riconducibili ai cicli letterari della Fondazione di Isaac Asimov (che a sua volta si era ispirato a Declino e caduta dell’impero romano dello storico Edward Gibbon), di Dune di Frank Herbert e de Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien. Il pianeta Coruscant, capitale dell’Impero Galattico, è chiaramente ispirato a Trantor, che svolge la medesima funzione nell’universo narrativo di Asimov, anche nella caratteristica di essere completamente occupato da un’unica città. Lo stesso Herbert disse che vi erano almeno 37 punti di confronto diretto tra il suo Dune e Guerre stellari.
La forza militare dell’Impero, la sua organizzazione e i suoi ufficiali, ricorda, per marzialità e aspetto visivo, quello della Germania nazista, mentre la Resistenza sembra ispirata dalle formazioni partigiane che nacquero un po’ ovunque nelle varie regioni dell’Europa occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche i film di guerra degli anni quaranta sono stati, da questo punto di vista, fonti d’ispirazione di diversi passaggi delle pellicole.
Gli intermezzi umoristici sono per lo più riservati alla coppia di droidi che accompagnano i protagonisti per tutta la narrazione, R2-D2 e C-3PO, i cui duetti ricordano quella delle classiche coppie comiche del cinema, da Abbott & Costello a Laurel & Hardy. C-3PO, poi, richiama nell’aspetto la celebre robotrix Maria del film Metropolis (1926) di Fritz Lang.
Non potevano mancare ovviamente echi dal genere western, materializzati nella taverna (saloon) piena di alieni di Mos Eisley e nelle pose da cowboy di uno dei personaggi principali, Han Solo.
Si potrebbe continuare all’infinito nell’elencare le fonti da dove Lucas ha preso questo o quell’elemento della sua opera. In pratica tutta la saga non possiede nulla di assolutamente originale, ma, come abbiamo visto parlando delle tappe dell’eroe di Campbell, quale film in definitiva può affermare di possederne?
Merito non da poco di Lucas è di aver amalgamato il tutto in un’opera avvincente e spettacolare e di averla saputa anche monetizzare in una maniera mai raggiunta prima di allora (e forse mai più raggiungibile).
Per chiudere, una curiosità. Se in Blade Runner l’elemento ricorrente e ossessivo del film è quello degli occhi, in tutta la saga di Guerre stellari è quello delle mani mozzate. Nel primo film assistiamo al taglio del braccio di C-3PO e di un alieno nella taverna di Mos Eisley, né L’impero colpisce ancora tocca al Wampa della caverna e allo stesso Luke Skywalker perdere la mano, mentre né Il ritorno dello jedi è la volta di Darth Vader. Una curiosità di cui non so dare spiegazione, perché se gli occhi di Blade Runner hanno un certo significato metaforico riconducibile al fatto che essi sono il mezzo col quale interpretiamo la realtà esterna, del significato simbolico delle mani non saprei cosa dire.

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