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Recensione su Guerre Stellari IV - Una nuova speranza

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2 aprile 2015

Schermo nero.
Una dicitura in sovrimpressione:
“Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…”
Appare la scritta “Star Wars”, in un carattere che già da solo è leggenda.
Poco alla volta la scritta si allontana, rimpicciolendosi.
In sottofondo inizia l’ampollosa rincorsa dell’immortale incipit della marcia di John Williams (suonata dalla London Symphony Orchestra, e che fa parte della colonna sonora che si aggiudicò l’oscar 1978).
La scritta Star Wars si dissolve e parte l’altrettanto mitica introduzione scorrevole su sfondo stellato.
Basta questo per descrivere il mito Star Wars.
Basta questo e bastano milioni di persone (incluso il sottoscritto) che vanno letteralmente in brodo di giuggiole non appena assistono, per l’ennesima volta, all’incipit ideato da George Lucas e reso immortale da questa combinazione pressoché perfetta di fattori tutto sommato semplici.

Star Wars non è soltanto un’opera cinematografica. E’ un brand, una delle più intelligenti e riuscite operazioni di marketing della storia del Cinema del Novecento, se non la prima in assoluto.
E’ semplice dirlo col senno di poi, ma Lucas merita la palma di visionario forse ancor prima per gli aspetti commerciali che per quelli cinematografici.
Lucas è stato l’ideatore di una serie che probabilmente sarebbe stata soltanto una delle tante discrete storie di fantascienza, se non avesse avuto quei (molti) piccoli aspetti mitici capaci di farla assurgere a opera di culto.
Perché la trama di Star Wars, a volerla dire tutta, non è poi così strabiliante.
Il tema manicheo della lotta tra bene e male non si può dire che sia originale, nemmeno nel ristretto ambito della fantascienza. Eppure l’estremizzazione di questi due concetti (connotati, anche visivamente, in modo antitetico, ad esempio mediante i colori) ha in Star Wars qualcosa che cattura profondamente le emozioni dello spettatore.
Il Guerre Stellari del ’77 non è esente da alcuni difetti, che ad una prima visione possono apparire anche piuttosto marcati.
In primis, una trama eccessivamente veloce e frenetica, con cui si cerca di concentrare nelle due ore di durata vicende che avrebbero meritato probabilmente uno sviluppo più ampio. Ma al di là dell’arrembante sceneggiatura, il film aveva per l’epoca un ritmo estremamente rapido soprattutto per un motivo: calava lo spettatore in un universo nuovo ed estraneo senza spiegare praticamente nulla, ma dando tutto per scontato (non solo gli aspetti tecnologici, bensì anche alcuni lati della trama, che vengono soltanto accennati). Eppure quello che può apparire come un limite è a mio avviso uno degli aspetti più apprezzabili dell’approccio di Lucas alla fantascienza: troppi film, ancora oggi, si perdono in lunghi spiegoni che sono tanto meno convincenti quanto più si sforzano di apparire tali.

Passando al capitolo effetti speciali, se essi furono davvero rivoluzionari per l’epoca (costituendo un vero e proprio punto di svolta per quella che di lì a poco diventerà una vera e propria industria), ancora oggi non si può dire che siano superati.
C’è da precisare che le versioni che circolano oggigiorno in DVD e Blu Ray costituiscono una rivisitazione, effettuata vent’anni dopo, che ha visto l’aggiunta di alcune scene (tra cui quella di Jabba, che nell’originale non appariva e di cui Lucas non aveva ancora immaginato le fattezze) e la rimasterizzazione di un audio che, per chi guarda il film in italiano, è quasi più un difetto che un pregio (le voci sono rimaste infatti quelle del doppiaggio originale e il salto tra i due livelli di audio si percepisce spesso in modo piuttosto fastidioso).
Ma le modifiche del 1997 sono state assolutamente marginali (parliamo di pochi minuti complessivi) e gli effetti speciali furono già all’epoca assolutamente di rilievo (altro oscar, arrivato nell’epico duello con “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Spielberg). Basti pensare all’originalissima idea di Lucas della spada laser, ottenuta (in tempi in cui non si sapeva cosa fosse la computer graphics) anche grazie a curiosi effetti di sovraesposizione.
Effetti speciali che si combinano al più tradizionale ricorso a stravaganti trucchi, costumi e maschere: la scena della Cantina (mitica non soltanto per la colonna sonora dei Figrin D’an and the Modal Nodes) fu per l’epoca una vera e propria rivoluzione concettuale della fantascienza, presentando finalmente in un’unica sequenza, tutte insieme, una variegatissima serie di creature aliene.
L’enorme successo di pubblico (è tra i tre film che più hanno incassato nella storia del cinema, tenendo conto degli effetti dell’inflazione) permise a Lucas di produrre i due successivi capitoli della saga con la propria casa di produzione, la LucasFilm, affrancandosi così dalla 20th Century Fox.
Gli episodi successivi della cosiddetta Old Trilogy usciranno, rispettivamente, con le diciture “Episodio V” e “Episodio VI”, dopo che la 20th Century Fox si era rifiutata di far uscire il primo film come “Episodio IV”, per non portare troppo spaesamento tra gli spettatori (il sottotitolo “Una nuova speranza” verrà aggiunto soltanto in seguito).
Nello scrivere L’impero colpisce ancora, Lucas inizierà già a raffigurarsi quella che svilupperà in futuro come prequel-trilogy, rendendo tutto il progetto Star Wars nient’altro che la tragedia del personaggio Dart Fener.

In sintesi, Guerre Stellari è un film che combina effetti speciali strabilianti (soprattutto per l’epoca) ad una storia accattivante, con degli attori bravi ma non sicuramente eccezionali (i migliori sono Alec Guinness / Obi-Wan Kenobi e Harrison Ford / Jan Solo).
Questo primo (quarto) capitolo della saga non è nemmeno il più riuscito, ma ha il grande merito di essere la scintilla originaria, l’opera che ha dato il via a qualcosa di veramente unico nella storia del cinema di fantascienza e della settima arte in generale.

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