Recensione su Gran Torino

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si potrebbe dire sette e mezzo / 22 Marzo 2012 in Gran Torino

Il film è bello, non c’è che dire, essenziale, la trama linearissima viene interrotta da siparietti fuoritema, la regia al limite dell’asciutto, tranne per alcune inquadrature e alcune scelte forse discutili.
Ma è un film impensabile se non in mano ad Eastwood, perchè giustamente lo incarna, lo rivolta nella sua icona di giustiziere che si porta dietro, si permette di deridersi, rimette con i piedi per terra l’epica americana, inserisce tutta la querelle del razzismo e della multietnicità dentro uno sfondo americano che ne è caratterizzato pienamente, perchè i vecchi sono più stranieri dei nuovi, ma soprattutto ribadisce, virandone il tema, l’ossessione eastwoodiana degli ultimi grandi film, ossia la responsabilità dei padri e il rapporto padre/figli.
Per un verso è necessario rifarsi a Mystic River e alla sua etica della vendetta, per l’altro a MDB e alla sua tematica del rapporto filiale che è sempre autonomo dal legame di sangue.
Quindi il giustiziere si confronta con le conseguenza delle sue azioni, rimane imprigionato della responsabilità di ciò che liberamente ha fatto (è difficile perdonarsi ciò che non ci è stato ordinato) e rinuncia a bettere la strada più ovvia e più liberatoria, perchè deve appunto calcolarne le conseguenze e non su se stesso, ma sui suoi figli. Qui il tema si lega all’avvicinarsi di mondi ed età differenti, da una parte il genitore putativo che sceglie i suoi figli, dall’altra i ragazzi senza punti di riferimento che cercano una guida, un baluardo di sicurezza, un riferimento dentro e fuori alla propria realtà, perchè sono orfani indipendentemente dal dato anagrafico.
Ed è cambiato Eatswood, negli anni, non c’è più quell’inno alla libertà individuale, spesso e volentieri identificata nell’eroe armato e vendicativo, ma il proprio fare è strettamente calato in legami anche labili che fagocitano letteralmente l’individuo presuntamente solo.
E’ un film sulla vecchiaia, sicuramente, ma non solo, si inizia con un funerale e una nascita, si finisce con un funerale e una rinascita. La solitudine dell’anziano è una solitudine innegabile anche là dove non riesce a riconoscere il suo paese, ma questa distanza è più forte e realistica rispetto alla propria famiglia, che non al contorno delle genti e delle etnie che si appropriano del suolo americano e che lo fanno come, nè più nè meno, hanno fatto tutti e sempre dalla nascita di quel paese. Perchè lo è? Forse perchè nel secondo caso ci si sceglie, forse perchè l’iniezione continua di speranza che l’immigrazione regala agli Usa è un rinnovato alimentare il sogno america, una redifinizione continua di un paese.
Ed è un film ottimista, se solo pensiamo a Mystic river in cui non vi è speranza, o a MDB in cui non vi lieto fine possibile, perchè c’è il caso che governa il mondo ed è impossibile piegarlo.
Straordinaria la smorfia continuamente ripetuta che gli taglia il viso.

Odio però il piede sull’acceleratore della commozione

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