Recensione su Gli amanti del Pont-Neuf

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8 e mezzo / 20 Luglio 2016 in Gli amanti del Pont-Neuf

Chiuso per restauri, l’antico Pont Neuf di Parigi è lo scenario di una furiosa storia d’amore fra un barbone (l’incredibile Denis Lavant) e una pittrice a rischio di cecità (Juliette Binoche). Leos Carax mi piace un frego, co’ sto film ci sono andato sotto parecchio. Mi ha fatto un effetto minore rispetto all’episodio dedicato a Mr. Merde all’interno di Tokyo o di Holy motors (ENTRAMBI CON IL FENOMENALE DENIS), ma il risultato finale è sempre enorme.
Il Pont Neuf è una condizione dell’anima.

Carax è uno dei cineasti francesi che quando fa un film mi lascia a bocca aperta. Visionario e appassionato, Carax è uno di quelli che pure se non gira roba di calci, pugni bestemmie gira inconsapevolmente roba di calci, pugni e bestemmie. Scendo nei dettagli: prendiamo la scena dove il barbone scopre come effettivamente qualcuno stia cercando la sua amata. La pittrice è affetta di una grave e rara malattia, ma il cartello ci assicura che si può curare. Ecco, per paura di perderla lui non solo brucia tutti i poster che la ritraggono all’interno di un sottopassaggio di una zona che non conosco di Parigi perché sono povero e non sono mai andato a Parigi, ma uscendo brucia tutti i poster che la ritraggono e dà fuoco a una camionetta mietendo pure una vittima.
Nessun effetto speciale, Leos Carax dirige e dipinge inconsapevolmente almeno due scene d’azione (ce ne infilerei almeno altre due, soprattutto quella dove Juliette Binoche spara dallo spioncino di una porta) e le infila all’interno di un film che è giustamente considerato Cinema d’Arte con le doppie maiuscole.
La regia barocca, le carrellate, i balli sul ponte, la lunga sequenza dedicata al 14 Luglio e alla festa Nazionale dove Denis Lavant si trasforma in un magnifico mangiafuoco, sono tutti elementi che hanno incantato gli spettatori e la critica francese degli anni ’90. La pellicola è semplice, è la storia d’amore di due outsider, è quello che per Hollywood è la formula più semplice per fare un film, è il “boy meets girl” di Carax stesso ma rivisitato, ma la sua realizzazione ha dell’incredibile. La produzione voleva bloccare il Pont Neuf per tre mesi: così facendo l’avrebbero reso impraticabile, orientano quindi per ricreare il ponte su un gigantesco set, su cui girare le scene notturne. Di giorno invece girano sull’originale. L. Carax rompe i cogli**i a tal punto da voler replicato tutto alla perfezione, perfino gli edifici circostanti. Un occhio attento si rende conto di “vivere” una scena girata su un set solo perché vengono applicate sullo sfondo delle luci, quelli che sono i fari delle macchine, ma le macchine fanno sempre lo stesso percorso. Tutto è replicato in scala uno a uno, tutto è reale, tutto è perfetto, e tutto è dovuto allo scenografo Michel Vandestien che si fa un bucio di c**o non indifferente. Solo per realizzare il ponte partono quasi 5 milioni di franchi, una roba così non si vedeva dai tempi di Sorcerer di Friedkin in cui per girare la scena del ponte il giovane Maestro sperpera buona parte del budget. Ma a far precipitare la situazione è Denis che si ferisce al tendine del pollice, il ponte “finto” viene usato anche di giorno e le cose precipitano ancora. Questo ragazze e ragazzi è un film maledetto e dannato, Carax finisce i soldi, convince un milionario svizzero (Francis von Buren) che grazie ai pochi minuti di girato tira fuori altri soldini. Stallo di nuovo, Carax finisce i soldi nuovamente e tutto si blocca per una seconda volta.

Lungi dall’essere un mero sfondo suggestivo, il Pont Neuf è uno dei protagonisti dell’opera nonché anima del film. E Denis? Denis sputa fuoco, fa parkour, spara, si innamora, fa l’amore e gira a ca**o duro sulla spiaggia. La scena della spiaggia, se c’è un fil rouge che lega il barbone mangiafuoco interpretato da Denis Lavant e il piccolo Jean-Pierre Léaud de Les Quatre Cents Coups di Truffaut lo lascio stabilire a voi. Di fatto tutti e due vedono il mare per la prima volta e tutti e due rischiano di essere abbandonati a loro stessi. Linea di demarcazione tra normalità e follia, sogno e realtà, unione e solitudine, i due protagonisti del Pont Neuf sono legati tra loro da un universo di cemento lungo 200 metri e largo 30.

A tratti grottesco e perennemente poetico, il film in questione è un’opera d’arte.

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