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Recensione su Ghost in the Shell

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Un film “solo” godibile / 1 aprile 2017 in Ghost in the Shell

Dall’opera-icona dell’arte manga giapponese cyberpunk di Masamune Shirow nasce l’omonimo film Ghost in the Shell, diretto da Rupert Sanders (Biancaneve e il cacciatore, 2012) e con interprete, nel ruolo principale del maggiore Mira Kusanagi, niente di meno che Scarlett Johansson, che con la sua parte si è portata dietro tutta la polemica sul presunto whitewashing americano (polemica ingiustificata nelle sue derive razziali, totalmente sensata in ottica narrativa).
In un Giappone futuristico invaso da pubblicità tridimensionali arrampicate su grattacieli alla maniera di King Kong, ma con significato opposto (l’animale che tenta di riprendere i suoi spazi vitali in contrapposizione al marketing che soffoca l’animale-uomo ormai primitivo), la squadra di sicurezza pubblica #9 con a capo il Maggiore Mira è sulle tracce di un terrorista informatico (dunque reale in un mondo in cui la bio-meccanica ha completamente soppiantato la sola biologia) che sembra aver preso di mira gli stessi scienziati che hanno creato il Maggiore. Dietro a questo collegamento si cela un arcano misterioso e complesso quanto i fili che collegano il cervello biologico di Mira al suo corpo totalmente meccanico.
Il grande vantaggio di Ghost in the Shell è quello di poter contare su un mondo delineato sin dalla sua nascita (nel 1989) in ogni suo minimo particolare, e che con il tempo non ha certo perso il suo fascino, anzi forse lo ha aumentato. Questo si è tradotto in effetti speciali maestosi, efficaci e spettacolari, aiutati da una regia che sa muoversi attraverso una città luccicante in altezza, sporca e maleodorante nel suo attacco a terra. Anche qui vi è l’indubbio debito alle tavole del mangaka. Inoltre il film spinge a dovere in ogni comparto tecnico, con una fotografia attentissima e un buon sonoro d’atmosfera. Dove il film perde colpi è proprio nella sua narrazione, con un ritmo non sempre comprensibile e dei risvolti di trama non approfonditi a dovere, che lasciano con una certa insoddisfazione. C’è molta complessità che avrebbe dovuto essere sviscerata con meno approssimazione, ad esempio indagando maggiormente nella psicologia cybernetica di protagonista e antagonista, e che invece si risolve con poca curiosità e qualche errore di logica. Peccato, poteva essere un gran film sulla scia di una tematica cinematografica iniziata dalle sorelle Wachowski, e invece si accontenta di essere “solo” un film godibile.

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