Recensione su Barriera invisibile

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Obiettivo mancato / 29 Febbraio 2016 in Barriera invisibile

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Cinque stelline e mezza)

Nel 1947, quando ancora il mondo extraeuropeo non era pienamente conscio di cosa l’antisemitismo aveva prodotto oltreoceano durante la Seconda Guerra Mondiale, né era nota a tutti l’esistenza dei campi di concentramento e sterminio, Elia Kazan realizzò quello che viene considerato il primo film sulla questione anti-ebraica.
Le premesse della pellicola sono particolarmente interessanti, perché mostrano come nell’immediato dopoguerra cinema europeo e statunitense abbiano affrontato in maniere profondamente diverse l’argomento.

Kazan, dal canto suo, si affida ad un impianto narrativo posto a metà strada tra l’inchiesta tout court ed il melodramma classico: le battute iniziali del film sono molto promettenti e la scena in cui Green (Gregory Peck) tenta di spiegare al figlio perché la gente odia gli ebrei è foriera di interessanti sviluppi.
Purtroppo, con l’avanzare della storia, la vicenda finisce per concentrarsi quasi esclusivamente sul rapporto tra Green e la fidanzata Kitty (Dorothy McGuire): il personaggio della compagna del giornalista porta in scena un paio di interessanti dilemmi, come il “sollievo” (che la ragazza prova nell’avere conferma che lui non è ebreo) e la “paura” (Kitty teme che la sua famiglia e i conoscenti lo discriminino, credendolo realmente ebreo).
Altro tema interessante è quello dell’odio tra gli appartenenti alla stessa categoria di reietti: dopo aver cambiato nome pur di lavorare, la segretaria di Green rivela all’uomo di temere l’ingresso di personale ebreo nella redazione del giornale, parlando apertamente di rifiuto nei confronti di persone provenienti dal suo stesso contesto sociale e religioso.

Posto che tali dettagli siano forieri di interessanti riflessioni e pur considerando emblematico il focus sul ribaltamento della dinamica delle relazioni sociali del protagonista (benché Green non sia parte lesa, la sua relazione con la fidanzata si interrompe ad un passo dal matrimonio perché la ragazza si dimostra ipocrita), il film di Kazan incede con sovrabbondanza di dialoghi verbosi, attorcigliandosi intorno ai tormenti amorosi di Green e della compagna, fondati sul mancato rispetto reciproco e sulla difettosa comunione di intenti.
Il problema del film di Kazan risiede nello smarrimento, cammin facendo, del tentativo di disvelamento della citata questione sollevata dal figlio del protagonista: l’intento della pellicola non era certamente didattico e non è questo che, a tutt’oggi, le si pretende. Il fatto è che la rappresentazione della “barriera invisibile” contro cui si scontra Green sembra essere limitata (d)alle incomprensioni con la fidanzata, senza trovare piena “applicazione” nel mondo esterno. Eppure, le avvisaglie di un dramma più articolato e grottesco ci sono (vedi le ingiurie contro il figlio di Green ed il suo allontanamento coatto dall’albergo).
Cosa sarebbe stato il film di Kazan, se, per esempio, Green non fosse uscito dall’inganno tessuto per scrivere l’articolo?
Certo è che, così com’è, alla luce di quanto detto, sono portata a considerare questa pellicola un buon mélo dai nobili intenti e poco più.

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