Recensione su I 47 ronin ribelli

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Storia dei fedeli seguaci dell’epoca Genroku / 10 giugno 2011 in I 47 ronin ribelli

Ci sono film che da soli riescono ad illuminare l’intera carriera di chi li ha realizzati. E’ il caso de “La vendetta dei 47 ronin”, diretto da Kenji Mizoguchi nell’anno di grazia 1941. A dire la verità di capolavori il regista giapponese nel corso della sua carriera ne ha fatti tanti: “I racconti della luna pallida d’agosto”, “Gli amanti crocifissi”, “L’intendente Sansho”, giusto per citare i più famosi. Questo film, però, è talmente bello che se anche Mizoguchi non ne avesse realizzato nessun altro meriterebbe comunque un posto d’onore nella storia del cinema.
Siccome è un’opera immensa, “La vendetta dei 47 ronin”, ovviamente, comincia subito alla grande: mentre la cinepresa si muove sinuosa nel cortile di un castello, notiamo due samurai che, passeggiando, chiacchierano piuttosto animatamente. Nel momento in cui i due sono impegnati a discorrere, all’improvviso alle loro spalle arriva di corsa un altro samurai il quale, una volta raggiunto chi lo precede, senza esitare un solo istante estrae la sua katana per colpire con tutta la forza che possiede il samurai che un attimo prima abbiamo visto parlare con un suo amico. Una curiosità: questa scena, in quasi quattro ore (tanto dura il film) rimarrà l’unica sequenza d’azione di tutta la pellicola.
Il samurai che è stato aggredito si chiama Kira; quello che l’ha colpito, invece, risponde al nome di Asano; infine, il cortile dove si è verificato lo scontro è quello del castello in cui ha la sede lo shogunato dei Tokugawa. Siamo nel marzo del 1701, in piena era Genroku. Il comando è nelle mani di Tsunayoshi Tokugawa, quinto discendente di una potente famiglia che ha stabilito la sede del proprio comando a Edo ottanta anni prima.
Asano, padrone del castello di Ako, sostiene di aver aggredito Kira perché questi lo ha insultato. L’episodio, naturalmente, ha suscitato grande scandalo nell’ambiente dei samurai. A causa del suo gesto inconsulto, Asano viene condannato a morte; Kira, invece, non avendo reagito all’aggressione, viene ritenuto completamente innocente e non riceve alcuna punizione. Anzi, di quest’ultimo viene elogiato il comportamento esemplare che ha saputo tenere in una situazione tanto delicata quanto quella dello scontro cercato da Asano. Lodi sperticate al suo sangue freddo, quindi: quanti, si chiedono alcuni, al suo posto sarebbero stati in grado di non reagire ad una simile provocazione? Ad Asano, invece, oltre alla condanna a morte che gli è stata comminata, viene confiscato il feudo di cui è proprietario. I suoi samurai, sconvolti e sconcertati a un tempo da quanto accaduto, ritengono eccessiva, oltre che ingiusta, la pena inflitta al loro padrone, e perciò meditano vendetta.
Il luogotenente di Asano, Oishi Kuranosuke, riesce, seppur a fatica, a convincerli alla resa. In realtà, mentre predica la calma fra i suoi uomini, egli desidera vendicarsi tanto quanto loro, se non di più. Per farlo ha però in mente un piano segreto: per prima cosa intende consegnare il castello di Asano allo shogunato senza opporre la benché minima resistenza; dopo di che la mossa successiva prevede che egli chieda il ripristino del casato Asano. Ciò però potrebbe essere molto rischioso: se il casato venisse ripristinato, infatti, la vendetta non sarebbe più giustificabile.
Quello di Oishi, quindi, è senza dubbio un piano pericoloso, al punto che gli si potrebbe ritorcere contro: poiché la vendetta richiede soprattutto coraggio, pazienza e sangue freddo, egli è disposto a correre qualsiasi tipo di rischio pur di riuscire a portare a termine il proprio scopo.
Difficile trovare le parole adatte per descrivere la grandezza di questo film. “La vendetta dei 47 ronin”, infatti, è un poema talmente epico, smisurato e appassionato che risulta davvero arduo riuscire a rendere con le sole parole la bellezza che questa opera solenne trasuda da ogni singola scena. Mizoguchi, qui al massimo del proprio genio, tesse un elogio immenso all’onore, alla fedeltà e al coraggio dei samurai, il cui mondo viene descritto quando ormai sta volgendo al crepuscolo; ma prima che tutto sparisca, c’è ancora tempo – sembra dirci il regista – per un’ultima, disperata e folle azione, destinata – proprio per la sua follia – ad essere tramandata nei secoli a venire e rimanere quindi per sempre nella storia del Giappone.
Un’azione che per i protagonisti della stessa rischia di essere un canto del cigno, la cui finalità è quella di dare un senso all’esistenza che i samurai hanno condotto fino a quel momento. Servi fedeli del proprio padrone, i 47 ronin di questa epocale opera sono pronti a vendicarsi con ogni mezzo possibile di chi ne ha causato la morte; se necessario, sono disposti perfino a mettere in gioco la loro stessa vita. Essi sono quindi consapevoli delle proprie azioni, e pertanto il loro gesto è destinato ad assumere una valenza ancora più grande di quella che dovrebbe avere realmente.
Con un’eleganza suprema (stupefacente, come al solito, la mobilità della macchina da presa), nonché con un uso dell’ellissi narrativa semplicemente magistrale – tutti gli eventi più importanti rimangono fuori campo, compreso quello della vendetta, che avrebbe dovuto essere il momento clou della storia – il maestro giapponese ci regala quasi quattro ore di grande cinema: la pellicola dura 223 minuti, ma mai come in questo caso si può dire con assoluta certezza che qui non ci sia un solo minuto che risulti pleonastico. Insomma, uno dei film più belli di Mizoguchi: quindi, “La vendetta dei 47 ronin” è anche uno dei film più belli dell’intera storia del cinema.

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