Recensione su Gatta Cenerentola

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Scalza Cenerentola / 24 Gennaio 2018 in Gatta Cenerentola

Le fiabe di Basile erano oscure, torbide, cattive. Non raccontavano un meraviglioso sogno, raccontavano del male, delle forme in cui si nasconde per insegnare ai bambini dove cercarlo e come riconoscerlo. Poi con Walt Disney il mito dell’infanzia è diventato edulcorato e luccicante. E da allora la fiaba è un mero esercizio infantile, un gioco come tanti altri, che da adulti diventa solo un po’ di polvere sopra la scatola dei giocattoli. Che si fa rappresentare dalla tecnica dell’animazione, ossia i cosiddetti “cartoni animati”, associati ai bambini e per questo privi di serietà, o di spessore.
Dimenticando che quando parliamo di animazione parliamo forse della più alta espressione dell’arte cinematografica (secondo il mio parare perlomeno), sciolta da vincoli, più libera e malleabile, più autentica.
L’animazione italiana, per quel che ricordo, non è mai stata particolarmente competitiva , o incentivata (a parte alcuni piccoli miracoli come i film di Enzo d’Alò, come la Gabbianella e il Gatto, e Momo), ma questo film mi fa sperare in una rinascita di genere.
Tutto questo per dire che Gatta Cenerentola lo ho amato perché mescola e intavola delle tematiche a me molto care, attraverso uno strumento che adoro: l’animazione
Ambientato nel porto di Napoli, Gatta Cenerentola si apre su questa nave che proietta ologrammi, e ricordi, creata da un Vittorio Basile, un uomo buono e amato, padre della nostra gatta. Basile sposa una Angelica, una donna con sei figli, che però è amante di Salvatore Giusto, il malavitoso che complotta contro Basile.
La struttura è della sceneggiatura è un gioco di maschere, di definizione tra personaggi maschili e femminili contrapposti l’uno contro l’altro, a volte contrari, a volte in conflitto.
Abbiamo Basile, l’eroe che muore giovane, troppo presto e ingiustamente.
Abbiamo Salvatore, il malavitoso che ricorre a frasi qualunquiste e retorica per giustificare le proprie azioni “scellerate”, privo di scrupoli o morale.
E Primo Gemito, l’uomo che tenta di ripristinare l’ordine su una nave ormai destinata al fondale.
Angelica poi, la matrigna, una donna disegnata con mille sfaccettature, dall’egoismo e alla debolezza,dalla solitudine, alla progressiva perdita della morale, da mille colori visibili non appena il suo spettro viene messo in controluce.
Personaggio esteso e completato attraverso le sue figlie, asservite a lei, piegate alla prostituzione, marionette in mano a un gioco più grande.
E la Gatta Cenerentola, Mia, bambina anche lei “Spezzata” come angelica, chiusa nel mutismo, nella solitudine, traumatizzata, utilizzata, sfruttata. Mia è il parafulmine sul quale la matrigna sfoga le sue frustrazioni, mai cresciuta, come una bambina sceglie spazi angusti dove nascondersi, e si aggrappa a tutto ciò che resta della sua vita passata. Un personaggio decadente e romantico, di una fragilità sconcertante. Innocente vittima delle circostanze, che le portano via la voce e la consapevolezza del passato, così caro invece a suo padre
E poi c’è la Nave, protagonista al pari dei personaggi, tenutaria dell’anima di Basile, in decadenza, persa nella nostalgia dei ricordi, proiettati automaticamente senza una spiegazione scientifica, in balia dell’atto di fede dello spettatore.
Sfumature che non si possono rappresentare nella realtà, non si può riprodurre un solco sul viso, il pulviscolo dei ricordi, nella realtà. Solo il disegno, può dare veramente voce a una storia del genere.
Solo il disegno può esprimere la dolcezza della protagonista muta e orfana, solo il disegno può darci quella tenerezza e quella nostalgia.
Ho amato questo film in ogni sua sfaccettatura, è un vero e proprio miracolo nel cinema italiano.
A dimostrazione che i film d’Animazione, non sono solo “cartoni animati” .
E che Cenerentola non è più riconoscibile attraverso una misera scarpa luccicante, anzi, è la scarpetta che la inganna e la scarpetta che la condanna.
Delle scarpette la “principessa” non ne ha più bisogno.

3 commenti

  1. Stefania / 25 Gennaio 2018

    Mi permetto di fare solo un appunto (anzi, un’integrazione 😉 ) a questa recensione molto interessante 🙂
    Nel corso del Novecento, l’animazione italiana ha avuto dei momenti molto alti. Uno dei vertici è rappresentato dal lungometraggio La rosa di Bagdad (1949) di Domeneghini (che contende da allora il titolo di primo film italiano in Technicolor a I fratelli Dinamite di Pagot). Gli studi Pagot e Bozzetto hanno lavorato tantissimo per decenni (anche grazie al Carosello), diventando un punto di riferimento perfino all’estero. Per esempio, Miyazaki è un fan di Pagot: negli anni Ottanta, ha collaborato con i figli dei fondatori dello studio alla serie animata Il fiuto di Sherlock Holmes e in Porco Rosso il maiale si chiama, non a caso, Marco Pagot 🙂
    Bruno Bozzetto (ancora attivo) ha realizzato capisaldi dell’animazione nostrana come Vip mio fratello superuomo, West and Soda e Allegro non troppo, senza contare la sua decennale collaborazione con la Rai, con Maurizio Nichetti…
    Con presunzione (poiché non ho avuto ancora modo di confrontarmi sull’argomento con addetti ai lavori), credo che il problema dell’animazione italiana, cioè il suo “successo silenzioso” e la sua lunga latitanza dagli schermi cinematografici, sia dovuto in primis alla mancanza di fiducia e di investimenti mirati nel settore e temo che questo atteggiamento sia legato alla diffusa “maldicenza” per cui si ritiene che un cartone animato sia necessariamente roba per bambini (e che, in quanto tale, sia un prodotto che può essere giustificato se mirato perlopiù a produrre fatturato, vedi il successo commerciale delle Winx).

  2. Alicia / 25 Gennaio 2018

    Grazie per gli spunti, ammetto che non conosco nemmeno la metà di questi nomi, ma vedrò di rimediare….hai esattamente centrato il punto del mio discorso, che forse in recensione non è molto chiaro, comunque sono perfettamente d’accordo con te per quel che riguarda il “successo silenzioso” dei piccoli miracoli dell’animazione a fronte delle produzioni della Rainbow e dei sui film costruiti a tavolino come mere operazioni commerciali..

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