Recensione su Frantz

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Elogio del dubbio e della rivelazione / 27 Settembre 2016 in Frantz

(Sette stelline e mezza)

Alla luce dei film di Ozon visti finora, posso dire di apprezzare profondamente l’uso che il regista francese fa del dubbio, dell’ambiguità e della menzogna, elementi-base della sua personale visione dell’altro, inteso come alternativa, parallelo, che, progressivamente, si sostituisce alla realtà.

Con l’elegante Frantz, mélo storico prevalentemente in bianco e nero, Ozon cita apertamente Lubitsch, operando un raffinato remake del pressoché introvabile L’uomo che ho ucciso, e crea un drammatico gioco di rivelazioni che, sul filo del thriller, racconta l’educazione sentimentale di una giovane donna, provata da un lutto profondo e chiusa nel proprio apparentemente asintomatico dolore.

Pur difettando sul piano dell’analisi storica (ritengo non fosse l’obiettivo di Ozon), che, specie inizialmente, pare essere uno degli assi portanti della trama, ma che, a conti fatti, è limitata alla rappresentazione e all’elaborazione del lutto (le costanti visite al cimitero, le rovine nelle campagne francesi, la camera di Frantz rimasta immutata), la vicenda raccontata mostra le contraddizioni emotive di un popolo sconfitto che rispecchia quelle, intime, della giovane protagonista, l’esordiente ma estremamente capace Paula Beer (Premio Mastroianni come esordiente a Venezia 2016).

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