Recensione su Frankenweenie

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Si… può… fare! / 19 gennaio 2013 in Frankenweenie

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Sette stelline e mezza)

Tim Burton è riuscito a riavvicinarsi felicemente ai racconti che gli sono sempre riusciti meglio con un’ispirazione degna dei suoi lavori più riusciti. Frankenweenie non aggiunge nulla alla parte “non discutibile” della sua filmografia, ma ha anche il grosso merito di non scivolare sulla pretenziosità fine a sé stessa degli ultimi, infausti lavori di Burton.
Non che questo non sia un lavoro particolarmente compiaciuto, ma -a mio avviso- ha un’anima: sembra che il regista abbia applicato l’assunto del Prof. Rzykruski (doppiato da Martin Landau, ma fratello gemello di Vincent Price), per cui -in breve- un lavoro ha un esito migliore, se fatto con il cuore.
Secondo me, qui, Burton ha riversato molto affetto per il proprio lavoro, incensandosi un po’ (tantissimi dettagli richiamano altri suoi lavori molto amati dal pubblico), ma pensando anche alla platea, regalandogli una pellicola visivamente e narrativamente emozionante.

Questa storia non aggiunge nulla al tema del gotico declinato in chiave burtoniana e, anzi, pecca di alcune lungaggini e di giri a vuoto: per esempio, la figura del sindaco cattivone è totalmente inutile, inserire un “villain” a tutti i costi è tipicamente disneyano e francamente puerile. I “cattivi”, se è per questo, erano sufficientemente rappresentati dai compagni di scuola di Victor, un po’ stolidi ed arrivisti. Anche la “simpatia” tra Victor ed Elsa è un po’ forzata ed è facile immaginare come il racconto avrebbe potuto filare liscio anche senza detti personaggi.

Per il resto, Frankenweenie diverte, commuove ed impressiona anche un po’, se ci si sofferma a pensare alla molla del racconto.
La struttura della storia è abbastanza banale e richiama tutta la tradizione letteraria e cinematografica del “dagli al mostro!”, senza inserire nessuna novità formale: basti pensare alla solita scena-madre in cima ad una collina, con annesso edificio monumentale in cui si consuma l’esito melodrammatico del racconto.

Nonostante tutto, ribadisco, Burton ha saputo imbastire un plot godibile al punto giusto, in cui anche la più sdolcinata delle morali (“Gli adulti, spesso, non sanno di cosa parlano”) viene legittimata con condiscendenza.

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