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Recensione su Frankenstein

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Nascita del mito cinematografico / 9 gennaio 2017 in Frankenstein

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Nonostante il celebre romanzo di Mary Shelley sia stato trasposto in film fin dagli albori della settima arte (il primo cortometraggio fu prodotto da Thomas Edison nel 1910, poi fu la volta di Life Without Soul del 1915 e dell’italiano Il mostro di Frankenstein del 1920, questi ultimi due, andati purtroppo perduti), fu proprio questo film diretto dall’inglese James Whale a definire un canone e ad aggiungere tutti quegli elementi, assenti nel racconto originale (il laboratorio dello scienziato, i cadaveri trafugati, la creazione del mostro con parti di cadavere, l’aiutante deforme, l’iconografia della creatura con i caratteristici elettrodi ai lati del collo), che influenzeranno gli adattamenti successivi. La trama è nota. Henry Frankenstein (Colin Clive), aiutato dal suo assistente gobbo Fritz (Dwight Frye) e nonostante le ritrosie della fidanzata Elizabeth (Mae Clarke), dell’amico Victor (John Boles) e dell’ex insegnante Waldman (Edward Van Sloan), costruisce una creatura (Boris Karloff) usando parti di cadaveri e infondendogli la vita attraverso l’energia elettrica di un fulmine. A insaputa dello scienziato però, il cervello utilizzato era quello di un maniaco omicida e al risveglio la creatura appare aggressiva, incapace di esprimersi se non a grugniti e con un’atavica paura del fuoco. Proprio il fuoco della torcia che Fritz gli puntava sadicamente contro, produce uno scatto d’ira nella creatura che porta alla morte dell’assistente stesso. Tenuta prigioniera nel laboratorio, esso riuscirà comunque a fuggire, uccidendo il dottor Waldman e seminando il panico nel vicino villaggio. Inseguito da una folla inferocita armata di torce e forconi (immagine che ritornerà in innumerevoli film del genere), si rifugia in un mulino a vento. Qui avviene lo scontro con il suo creatore in cui quest’ultimo sembra avere la peggio, ma il mulino e in fiamme e crolla con la creatura dentro. In un finale probabilmente imposto dalla produzione si viene a sapere che Henry è vivo e che dopo la guarigione sposerà finalmente Elizabeth. Il film più che dal romanzo della Shelley, è tratto dalla relativa riduzione teatrale per opera di Peggy Webling, con un’operazione simile a quella che aveva portato al precedente successo della Universal, il Dracula di Tod Browning, uscito lo stesso anno. La star di quel film, Bela Lugosi, rifiutò la parte del mostro perché sotto il pesante trucco non sarebbe stato riconoscibile. La parte andò all’allora semisconosciuto Boris Karloff, pseudonimo di William Henry Pratt. Whale apporta diversi altri cambiamenti al testo originario per rendere il film più scorrevole e pauroso. La cornice che apre e chiude il romanzo, il racconto del capitano Walton dai ghiacci del mare artico, è eliminata, così come tutta la parte della giovinezza di Frankenstein. Senza apparente ragione il nome del barone nel romanzo, Victor, è nel film invertito con quello del suo amico, Henry. Il background di Elizabeth è completamente taciuto e la figura del vecchio barone Frankenstein, padre dello scienziato, ridotta a semplice macchietta per gli intermezzi comici. Maggior risalto è dato al personaggio del professor Waldman, nel romanzo solo menzionato come mentore del giovane Frankenstein. Altri personaggi importanti nello sviluppo del romanzo sono completamente eliminati, come William, il fratello del barone, e Justine, la governate. Per esigenze cinematografiche il respiro del racconto è limitato nello spazio e nel tempo rispetto al romanzo. Le ricerche del barone e la fuga della creatura si svolgono in varie parti d’Europa, mentre il film è concentrato nel villaggio di Frankenstein e nei boschi circonstanti. L’unità temporale della vicenda poi, che nel romanzo abbraccia diversi anni, cosicché la creatura abbia il tempo di evolvere, imparare a parlare e darsi un’istruzione, è ristretta a qualche settimana. Elementi del tutto originali estranei al romanzo sono invece il personaggio dell’assistente deforme Fritz e, come accennato in precedenza, tutti quei particolari cha amplificano la portata macabra e paurosa della narrazione, come il trafugamento dei cadaveri e il lavoro di patchwork delle diverse parti anatomiche per la creazione del mostro (la Shelley aveva del tutto tralasciato il descrivere delle varie fasi della creazione del mostro, evento centrale invece nel film). Nonostante tutte queste variazioni, il tema cardine del romanzo, il conflitto tra etica e ricerca scientifica, rimane in filigrana all’interno di una pellicola dichiaratamente dell’orrore, girata con uno stile che richiamava il cinema espressionista tedesco degli anni venti che diverrà il marchio di fabbrica della Universal, relativi ai film del genere, almeno fino alla metà degli anni quaranta. Il film diede origine anche a una serie di pellicole sulla creatura di Frankenstein, di cui solo l’immediatamente successiva La moglie di Frankenstein, girato dallo stesso Whale, ha ancora un aggancio col romanzo di Mary Shelley.

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