Recensione su Il primo cavaliere

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“Come ti stravolgo la storia di Lancillotto” / 2 dicembre 2017 in Il primo cavaliere

Che gli americani non ci sappiano fare con il medioevo è un dato di fatto. Che i romanzi cavallereschi non siano il loro forte, è una tesi indiscutibile. E questo “Il primo cavaliere” ne è la dimostrazione palese.

La pellicola si ispira ai romanzi del ciclo bretone, in particolare al “Lancelot” di Chretièn de Troyes. La trama ruota attorno alla celeberrima vicenda del cavaliere solitario Lancillotto (Richard Gere) e della bella Ginevra (Julia Ormond), moglie di Artù (Sean Connery) sovrano del regno di Camelot e ideatore della Tavola rotonda. Se avete un vago ricordo di come questo “menage a trois” si sviluppi e vada a finire, evito di dilungarmi sulla trama.

Quello che di questo film diretto da Jerry Zucker (il regista di “Una pallottola spuntata” e “Ghost”) non mi convince è la sua impostazione. Nonostante è evidente che il materiale che ci troviamo davanti agli occhi è riconducibile al fantastico, il regista ha optato per un’impostazione “storiografica” della vicenda. Basti pensare al fatto che non si fa nessun accenno al personaggio di Merlino e alle sue profezie. Questa cosa può sicuramente piacere a qualcuno, ma (almeno io) quando guardo un film su re Artù e la tavola rotonda mi aspetto elementi magici e fantasiosi. Non mi aspetto di certo gli effetti odierni di computer grafica, ma di film fantasy fatti meglio negli anni ’90 ce ne erano.

Gli attori poi sono.. mediocri. Richard Gere improponibile nella parte del “cavaliere del lago” (nome con cui Lancillotto era sconosciuto), Julia Ormond inespressiva. Ben Cross, l’attore che interpreta il perfido Sir Malagant, sembra che si sia fatto una dose di crack per via degli occhi fuori dalle orbite che presenta ad ogni singola scena. L’unico che si salva è il buon vecchio Sean Connery, ben inserito nel ruolo del saggio Artù. La sua interpretazione, assieme alle musiche, mi hanno permesso di dargli la sufficenza. Il resto è un po’ dimenticabile, destinato a restare confinato nell’arco temporale degli anni ’90. Non vale la pena perdere 2 ore e 14 minuti davanti a questa pellicola.

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