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Recensione su Fight Club

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24 settembre 2014

Premetto che è vano ( per non dire superfluo ) tentare di paragonare quest’opera a quella del libro, in quanto si prefigura come elemento a sé stante, pur rappresentandone , appunto, la trasposizione.
Fight club è denuncia, non quella elegante, percepita attraverso l’ausilio della parola, ma quella dura, assordante, violenta, che traspare come ideologia dilaniata dall’incertezza e dal caos, dio distopico che genera apocalittiche visioni.
Questa denuncia è critica, dissennatezza, alienazione, ma soprattutto dissociazione dalla realtà, che veicola mezzi di uso e consumo come fonti inesauribili di piacere, e non come puro merchandising.
Questa denuncia è un grido, la cui eco si riverbera in infinite unità di pensiero, che fanno breccia nella primordialità del costrutto umano. E Fincher, modellando tale abito, realizza un capolavoro di montaggio, riuscendo ad incastrare tutti i pezzi del puzzle.
Le interpretazioni di Norton e Pitt, poi, non sono che giochi di apparenze, labili rivisitazioni di idee oltre le illusioni.

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