Recensione su Una pazza giornata di vacanza

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26 dicembre 2012

Questa recensione risentirà molto dell’epoca in cui viene scritta.
Trama: tre stronzetti adolescenti figli di papà (forse sarebbe meglio dire due e mezzo, per non fare troppo torto a Cameron) fanno sega a scuola e se la spassano per la città alla faccia di tutto e tutti.
Ho letto praticamento solo recensioni entusiastiche su questo film, sia professionali che amatoriali, eppure devo ammettere di averlo detestato quasi in toto, perché vi ho rinvenuto i sintomi di quella mentalità che più mal sopporto in ambito artistico o d’intrattenimento. Potrei definirla come “mentalità anni ’80”.
Prima di approfondire, salviamo il salvabile: gli attori sono tutti convincenti e il film è effettivamente girato con mano salda e sicura sulla cinepresa, con addirittura alcuni inserti di musical e thriller hitchcockiano. Questa maestria sembra però più un’aggravante che un merito, visto che la tecnica è messa al servizio di una commediola frivola, spesso prevedibile e banale. L’umorismo è sempre evocato tramite lo sghignazzo, la demenzialità, il ridicolo, come se una commedia “leggera” non possa che avvalersi di questi mezzucci per far ridere. Un esempio su tutti, il tentativo da parte del preside di introdursi nella casa del protagonista e che segna un’anticipazione di quella comicità domestica che verrà riproposta dal regista, qualche anno dopo, nella fortunata serie di Mamma Ho Perso L’Aereo. Si salvano poche, brevissime scene (a dire il vero me ne viene in mente soltanto una), come quella ambientata nel museo d’arte, bella per il montaggio, le inquadrature originali ma, soprattutto, per i quadri che vengono rappresentati.
Ma veniamo al peggio: la “mentalità anni ’80”. Tutta la pellicola è permeata, in modo assolutamente non implicito, da un messaggio che si ode forte e chiaro risalire dagli abissi nauseabondi di quella epoca: “Uomini, donne e bambini, fate tutto quello che volete, quando lo volete, non ponete alcun freno ai vostri impulsi e alle vostre passioni, non pensate alle conseguenze, non pensate al futuro, il presente vi libera da ogni responsabilità perché la passerete sempre liscia.” Questo “esistenzialismo consumista”, individualista, edonista, miope e decadente, viene evocato in più di una scena, nei dialoghi e in simbologie ben precise. Nel mondo dei ragazzi vige la legge del più forte, secondo cui si deve essere obbligatoriamente vincenti, spregiudicati, perché “i deboli soccombono, i forti sopravvivono”. Il futuro viene totalmente rimosso, i giovani protagonisti non si preoccupano minimamente del peso e delle conseguenze delle loro azioni, vivono in un perenne presente compresso, dominato dalla noia e dalla ricerca spasmodica di nuovi modi per sconfiggerla. Quali sono le loro aspirazioni, cosa li interessa? La risposta che esce entusiasta dalle loro bocche è “niente”. A un certo punto li vediamo scimmiottare sarcasticamente la gestualità frenetica dei broker di Wall Street, e viene da pensare che, dato il loro vuoto interiore e l’assenza di scrupoli, non sarebbe impensabile vederli al loro posto una decina d’anni dopo, novelli Gordon Gekko in carriera. Ai ragazzi vengono contrapposti esclusivamente il preside, simbolo di un potere reazionario e repressivo, e la sorella di Ferris, il cui antagonismo verso il fratello viene fatto passare, come da tradizione in questi casi, solamente come sintomo di invidia e frigidità emotiva. Infine, il film si conclude coerentemente con la sua morale enunciata dal protagonista, un moderno carpe diem che in seguito venne citato (non a caso) pure da Barbara Bush e che viaggia al ritmo nevrotico e compulsivo di una Ferrari rossa fiammante. Per chi se la può permettere, certo. Per tutti gli altri restano la frustrazione e un modello consumistico da inseguire.
Davanti a tutta questa artiglieria pesante del disimpegno, le velleità del regista per dare una verniciata di profondità al tutto, inserendo qualche banalità declamata con uno smaliziato sguardo in macchina e il rapporto difficoltoso tra Cameron e la famiglia, appaiono piuttosto patetiche.
Sarà che, pur essendo nato nell’anno di uscita del film, mi sento figlio dell’11 settembre, della crisi economica, e appartengo a un’allargata generazione di “fottuti”, ma non sono certamente uno di quelli a cui scende la lacrimuccia per i revival dei favolosi anni ’80. Quel decennio, anche dopo essersi fortunatamente concluso sul calendario, ha lasciato già troppi strascichi sul mondo di oggi perché si possa continuare ad apprezzare certe favolette da yuppie, come quella narrata in questo film.

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