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  • Un amaro e impietoso ritratto del mondo della boxe firmato dal grande John Huston

Recensione su Città amara

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Un amaro e impietoso ritratto del mondo della boxe firmato dal grande John Huston / 7 novembre 2011 in Città amara

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Finale: siamo a Stockton, una cittadina della California. Due uomini, Billy Tully ed Ernie Munger, sono seduti al bancone di un bar. Mentre consumano ciò che hanno ordinato, parlano del più e del meno, ma dato che non hanno molto da dire, la conversazione si interrompe quasi subito. Tutt’a un tratto, né Ernie né Billy proferiscono parola. Il silenzio che ne consegue è al contempo imbarazzante e inquietante. Entrambi hanno lo sguardo perso nel vuoto. Poi Ernie, visibilmente a disagio per la situazione creatasi, farfuglia qualcosa, dice a Billy che deve andare, a casa ha una moglie e una figlia che lo aspettano. Billy però prega Ernie di restare ancora un po’, perché ha voglia di parlare con qualcuno.
Seppur malvolentieri, Ernie accetta: ma di nuovo, implacabilmente, cala il silenzio, e questa volta nessuno dei due oserà spezzarlo, per il semplice motivo che entrambi non hanno più niente da dire. Finisce così questo grande film di John Huston, con una scena di una tristezza abissale, di cui sono protagonisti due uomini che non hanno più nulla da dire perché la vita ha riservato loro solo delusioni. Per via dello sconforto, non hanno neanche più la forza per conversare, Billy ed Ernie. Sono letteralmente annientati.
Speravano di sfondare nel mondo della boxe, ma hanno fallito miseramente: Billy, che ha quasi trent’anni, ha tentato disperatamente di rientrare nel giro, e ce l’aveva anche fatta, ma la vittoria si è rivelata beffarda; Ernie, che di anni ne ha diciotto, sembrava promettere grandi cose, ma non ha fatto altro che andare incontro a sconfitte che lo hanno convinto a lasciar perdere col pugilato.
Se la loro vita sportiva è un disastro, non è che quella di tutti i giorni sia tanto meglio: Billy è separato dalla moglie, e, dopo aver convissuto per un breve periodo con un’alcolizzata, Oma, si ritrova solo come un cane; Ernie, invece, si è dovuto sposare contro voglia perché la sua ragazza, Faye, era rimasta incinta. Sono due perdenti nati, Ernie e Billy: per campare sono costretti a presentarsi ogni mattina all’alba nel parcheggio dei pullman, sperando di essere scelti come braccianti per lavorare nei campi dove, sotto un sole che spacca le pietre, devono raccogliere le cipolle per racimolare qualche dollaro.
Ricordate cosa dicevano ne “L’ultimo buscadero” (1972) di Sam Peckinpah? “Se questo mondo è tutto per i vincitori, che cosa resta ai perdenti?”. “Qualcuno deve pur tenere fermi i cavalli”. A Billy e a Ernie, invece, non è concesso nemmeno questo; finito di sgobbare in campagna, la sola cosa che possono fare è quella di andare in uno squallido bar a sorseggiare un caffè, e intanto che fanno ciò, provano a consolarsi a vicenda pensando che al mondo c’è sempre qualcuno che sta peggio, tipo il tizio costretto a passare l’intera vita dietro al bancone della caffetteria dove loro due, alla fine, si ritrovano completamente annichiliti.
Il finale sopra descritto ha lo stesso effetto di un pugno nello stomaco: è una sequenza memorabile, spietata e struggente al tempo stesso, talmente bella (stupendi i primi piani sul volto affranto di Stacy Keach mentre si guarda attorno con aria smarrita) da essere in grado, da sola, di alzare il livello del film, tanto da farlo diventare un capolavoro. John Huston racconta la storia (tratta da un romanzo di Leonard Gardner, che ha curato in prima persona la sceneggiatura) di due sconfitti, sia nello sport che nella vita, senza enfasi né retorica. Mai come in questo caso il mondo della boxe (che il regista, ex pugile dilettante, conosceva bene) ci è stato mostrato in tutto il suo squallore: allenatori arruffoni, manager approfittatori, pugili che si credono dei fenomeni e invece sono soltanto delle schiappe.
In questa ballata dai toni malinconici, Huston non risparmia niente a nessuno. “Fat City” (1972) è uno dei suoi film migliori: un ritratto del mondo del pugilato feroce e disperato, diretto con una lucidità impressionante, ottimamente interpretato sia da Stacy Keach (Billy Tully) che da Jeff Bridges (Ernie Munger). Magnifica la fotografia di Conrad L. Hall, i cui colori incorniciano impietosamente le facce dolenti dei protagonisti e gli ambienti miseri nei quali gli stessi si muovono.
Sui titoli di testa, Kris Kristofferson canta la bellissima “Help Me Make It Through The Night”. “Fat City” è un film amarissimo.

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