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Recensione su Via dalla pazza folla

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Di Hardy nemmeno l’ombra. / 22 settembre 2015 in Via dalla pazza folla

Un tentativo di romantica illustrazione del sentimento, della sua fatalità e degli eventi che incorrono nel renderlo inevitabile, che in verità si rivela un quadretto rosa di stampo Harmony: “Via dalla pazza folla”, terzo e poco riuscito adattamento per il grande schermo del primo successo letterario di Thomas Hardy, potrebbe essere riassunto così. E quasi non si riconosce quella regia di polso di Thomas Vinterberg, che tutti ricorderemo grazie alla nomination all’Oscar nel 2012 per “Il sospetto” che, pur essendo un film di genere molto differente, aveva rivelato un certo gusto nella costruzione dell’immagine. Una prova che viene qui smembrata, probabilmente con la complice presenza in sede di adattamento di David Nicholls: un buon romanziere, autore di “Un giorno”, che però come sceneggiatore sembra dimenticarsi delle basilari strutture narrative, nonché di una sostanziale complessità nella creazione dei personaggi, imprescindibile a una costruzione degli eventi degna di essere chiamata tale. E in questo caso le debolezze sullo schermo sono tante e non tardano a farsi notare e sentire.

Lontana, lontanissima è l’intuizione ironica con la quale Hardy aveva concepito quel piccolo mondo disordinato nell’immaginaria campagna del Wessex. Un titolo “rubato” al poeta Thomas Gray, attraverso il quale si fa strada la beffa contro la religione, e soprattutto la vita, la sua follia, dalla quale l’uomo tenta di scostarsi per cercare la sua strada, senza successo. La chiave è nel caos, il regolatore supremo che, in un’accezione naturalista, vuole ridimensionare gli impulsi umani, la sua volontà: imprescindibile è la componente genetica nell’uomo, perché il futuro è in realtà il suo passato. Un messaggio potente che, per quanto ben indorato, fa perdere di efficacia al rendimento di una storia sopraffatta dalle sue stesse pedine. Non importa quanto la fotografia dei campi lunghi (curata da Charlotte Bruus Christensen) sia squisitamente pittorica, o quanto sia meticolosa la ricerca di drammaticità nei volti più o meno espressivi degli attori: tutto riconduce ad un pathos forzato all’estremo, nel quale Carey Mulligan, a differenza dei suoi colleghi, gioca un ruolo fondamentale ma in solitudine. E alla resa dei conti, l’effetto domino per imbarazzanti inciampi di stile è praticamente servito.

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