Recensione su Lontano dal paradiso

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Sirk forever / 11 marzo 2011 in Lontano dal paradiso

E’ un piccolo miracolo di equilibrio e una gioia per gli occhi.
Non so se ricordate Julianne Moore (grande come non mai) perfetta moglie e madre degli anni cinquanta di un uomo d’affari, spesso assente, nel periodo infuocato delle rivendicazioni civili dei neri d’america. La scoperta dell’omosessualità del marito, lei, schiacciata dal perbenismo imperante e dal modello di donna perfetta, a lui subalterna, in una società pienamente e “felicemente” maschilista, ne segue tutte le decisioni, dalla improbabile cura al divorzio, lui egocentrico, per educazione e convenzione sociale, che le fa violenza psicologica e verbale solo perchè parla con un nero e quindi mina la sua rispettabilità sociale. E intorno una pletora di amici che fanno gruppo ferocemente per espungere il diverso, all’epoca in cui un bambino nero non poteva toccare l’acqua di una piscina.
Uno schiaffo in faccia alle donne e alla loro marginalità, dovuta molto alla mancata emancipazione psicologica e culturale, ma dovuta anche alla struttura di una società di cui sono minoranza, la minoranza più grande.
Dentro al film il discorso ampio delle discriminazioni, tutte a più letture.
Non si può non amarne la perfetta ricostruzione d’epoca, tutta plasmata sui film di Sirk, soprattutto nella fotografia, nella scelta dei colori, i rossi d’autunno, i gialli, il glicine del foulard di lei.
E’ un melodramma che cita a piene mani Sirk, soprattutto Secondo amore, con R. Hudson e J. Wyman, anche nel meccanismo dell’incontro fra la donna borghese e l’uomo desiderato, nel giardino di lei (un topos ripreso anche da Cunningham nel suo libro Carne e sangue).

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