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Recensione su Volti

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Un Cassavetes amaro e spietato / 10 giugno 2011 in Volti

Probabilmente “Volti” è il film più sperimentale che Cassavetes abbia mai diretto in tutta la sua carriera. Perché è quello in cui il cineasta americano ha portato alle estreme conseguenze il suo particolare modo di fare cinema. Lo stile anticonformista di Cassavetes, cineasta sempre insofferente alle regole, forse ha trovato in “Volti” la sua espressione più compiuta. Tra tutti i suoi film, di certo questo è stato quello dalla lavorazione più travagliata. Questa pellicola, infatti, è il frutto di tre anni di lavoro frammentario, grazie al quale il regista ha potuto girare diciassette ore di pellicola; a ciò ha fatto seguito un montaggio (curato dal produttore, Maurice McEndree, e dal direttore della fotografia, Al Ruban) laborioso, dal quale è uscita una prima versione del film che durava ben duecentoventi minuti (oggi purtroppo irreperibile), ridotti in un secondo momento a centotrenta. Ed è proprio questa la versione definitiva di “Volti” che possiamo ammirare ancora oggi, a distanza di quarantatré anni dalla sua uscita nei cinema. Nonostante la lavorazione complessa, il film, miracolosamente, funziona. Guardando “Volti”, la cosa che impressiona maggiormente è il realismo della messa in scena. Un risultato a dir poco stupefacente, soprattutto se si pensa in quali condizioni è stata girata la pellicola.
Per raccontare la crisi di una coppia, Maria e Richard, che dopo quattordici anni di matrimonio un bel giorno scoprono, semplicemente, di non sopportarsi più, Cassavetes ricorre ad una messa in scena claustrofobica, come detto in precedenza, di un realismo impressionante. Il regista costringe i suoi (eccezionali) interpreti a muoversi costantemente in spazi chiusi (non c’è un solo secondo del film che si svolga all’aperto); le stanze delle case nelle quali i personaggi si scannano a vicenda diventano per gli stessi delle prigioni da cui pare impossibile uscire, tanto è vero che gli attori somigliano a degli animali in gabbia (soprattutto John Marley, che veste i panni di un nevrotico uomo d’affari, Richard Forst; ruolo che è valso al succitato interprete la Coppa Volpi come Miglior Attore al Festival di Venezia). Vediamo gli inquieti protagonisti di “Volti” discutere, litigare, urlare, alternare momenti di dolcezza ad altri nei quali si ammazzerebbero l’uno con l’altro. La messa in scena claustrofobica, quindi, ha come obiettivo principale quello di amplificare le tensioni – dapprima latenti, poi, man mano che la vicenda prosegue, sempre più palesi – che esplodono fra gli interpreti di questo intenso, angosciante e snervante dramma familiare.
Il tutto viene ripreso con una serie di inquadrature nervose che non si staccano quasi mai dai volti degli attori. Lo stile di regia di Cassavetes è secco, concitato, scevro da qualsiasi abbellimento: uno stile, il suo, non per tutti i gusti ma indubbiamente efficace, esaltato in questo caso da una fotografia “sporca”, il cui bianco e nero dai toni volutamente sgranati è perfetto per spogliare il film di qualunque artificio stilistico.
Cassavetes, inoltre, si affida come al solito ad un gruppo di interpreti straordinari: John Marley, Gena Rowlands (Jeannie Rapp), Lynn Carlin (Maria Forst) e Seymour Cassel (Chet) sono in autentico stato di grazia; il modo in cui riescono a rendere credibili le nevrosi di cui sono affetti i loro personaggi è qualcosa di veramente notevole. Alla fine, comunque, il geniale autore di “Ombre” non offre sponde consolatorie né ai suoi personaggi né a noi spettatori: il gioco al massacro a cui danno vita Maria e Richard, infatti, non trova una soluzione. Cassavetes (non) conclude lasciando tutto in sospeso, come se volesse condannare i suoi due protagonisti a vivere eternamente in una sorta di limbo nel quale bene o male, prima o poi, tutti quanti siamo destinati a finire. “Volti” è un film decisamente spietato. Come la vita, del resto.

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