Recensione su eXistenZ

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Attualità e profezie / 8 luglio 2017 in eXistenZ

(Riflessioni sparse)

Un film senza tempo, nel senso che, a dispetto di un’estetica generale datata (mamma mia, le acconciature della Leigh!), affronta concetti, dilemmi e problematiche trasversali di costante attualità.

L’uso e l’abuso della tecnologia ben si esplica nella rappresentazione organica dei congegni tecnologici, nuova variante del tema del corpo in mutamento tanto cara a Cronenberg.
L’eterna connessione a una realtà virtuale di cui è impossibile stabilire limiti e parametri ha condotto all’elaborazione di marchingegni che ricordano deformi feti potenzialmente collegati costantemente ai loro fruitori/genitori/padroni, armi che nascono dall’assemblaggio di scarti di esseri viventi e che sparano denti o ponti ortodontici, elementi elettrici sostituiti da nervi, vasi sanguigni e frattaglie di creature mutanti anfibie.
Ho trovato che il fatto che esse costituiscano i pezzi di ricambio dei pod di cui si servono gli esseri umani sia particolarmente emblematico. Secondo le teorie evolutive, la vita sulla Terra è cominciata quando un anfibio è uscito dall’acqua: le creature mostruose ma inermi usate per i pod sono in costante cambiamento (vedi, la salamandra a due teste) e, da pezzi di ricambio, potrebbero arrivare a diventare la prossima forma di vita superiore, una minaccia e non più una risorsa per il genere umano.

I pod contengono giochi ambientati in una sofisticate e credibilissima realtà virtuale, ma sono pur sempre giochi. Allora, perché alcuni esseri umani li ritengono importanti al punto da annullare totalmente la propria vita, pur di immergersi al loro interno? Perché l’uomo sente la necessità di essere altro (un avatar con caratteristiche fisiche e caratteriali diverse) rispetto a sé stesso?
Estese al concetto di social network così come lo intendiamo da una decina di anni a questa parte e, quindi, all’epoca del film ancora sconosciuto, le suggestioni cronenberghiane suonano decisamente profetiche.

6 commenti

  1. Federico66 / 8 luglio 2017

    L’ho rivisto qualche giorno fa 🙂 e, come dici tu, a parte le acconciature, i temi sono più che attuali.
    Riguardo alla realtà virtuale, vero sono pur sempre giochi, ma in questo caso non è come “sentire” attraverso periferiche, qui le sensazioni sono “veramente” reali!
    Il pod, direttamente collegato al sistema nervoso, fa si che non ci sia differenza nell’assaporare un bicchiere di vino, reale o virtuale che sia. Quindi, se sono scontento della mia vita reale (benzinaio in mezzo al nulla), la sostituisco con una virtuale dove posso vivere una vita diversa senza rinunciare alle “sensazioni”.
    Lasciando perdere le implicazioni di tipo fisiologico, credo ci si possa tranquillamente assuefare e dopo poco non si distingue più la realtà dal virtuale, dopotutto per la mente (ed il corpo), non c’è differenza.

    • Stefania / 8 luglio 2017

      @federico66: sì sì, infatti è su quello che ragionavo: su un senso di insoddisfazione costante che ci fa desiderare cose che riteniamo siano migliori di quelle che abbiamo. Il punto è: perché pensiamo che l’altro (inteso anche come rappresentazione dell’ “altro”) sia meglio del “questo, qui e ora”? Per assurdo, se posso permettermi un pod, posso anche permettermi un bicchiere di buon vino, o no? 🙂

      • Federico66 / 8 luglio 2017

        @stefania: forse non ho completato il mio pensiero 🙂 Il benzinaio (sempre lui), è insoddisfatto e annoiato della propria vita, ma non ha la possibilità di migliorarsi, vuoi per i soldi, vuoi perché non ha tutta sta voglia di impegnarsi, così per passare il tempo decide di procurarsi un pod, magari di contrabbando o comunque non di ultima generazione. A mano a mano che lo usa, si accorge che l'”altro” non ha bisogno di realizzarsi, il “nuovo mondo” gli permette di ottenere quello che più lo aggrada, come e quando vuole; magari soldi, donne, buon vino, azione. Il “nuovo mondo”, cioè, è la realizzazione di un sogno e quindi ci si rifugia appena può, inoltre non costa nulla e le sensazioni, le emozioni sono comunque reali.
        Ecco che a poco a poco inizia a “giocare” sempre di più, e più a lungo rimane collegato, più il mondo virtuale diventa reale. In definitiva è una soluzione “facile”, e per rispondere alla tua domanda, non credo che inizialmente il benzinaio pensi che l'”altro” sia migliore, ma è con il continuo “trasformarsi” che si accorgerà, che l'”altro” è realmente migliore; dopotutto è un gioco sviluppato proprio per farlo sentire così 🙂

        • Stefania / 9 luglio 2017

          @federico66: beh, il pod “costa” qualcosa, non è che non “costa nulla” (perciò, dico: perché scegliere quello come fuga dalla realtà, invece, per dire, di un libro, venduto ipoteticamente allo stesso prezzo?) 🙂 Tra l’altro, il meccanico è uno dei personaggi di uno dei mondi di eXistenZ: non sappiamo cosa faccia il Dafoe del livello “superiore”, magari è un miliardario 😀 Questo, sì, sottolinea come le varie condizioni siano davvero soggettive: uno è ciò che è in quel momento (non so se sono chiara).
          Il fatto è che, in condizioni che potrebbero comunque definirsi “normali”, comunque si tende a inseguire un “meglio” ideale, perché qualcuno ci suggerisce che come sei non basta, non è sufficiente, che sei infelice. Ma non si tratta di una miglioria propositiva (es. studio tale cosa per accrescere la mia cultura): quelli proposti, sono sempre cambiamenti di natura edonistica, volti a una migliore e plateale rappresentazione di sé. Il personaggio di Jude Law, per esempio, è una specie di stagista a cui viene proposto di diventare una spia, un uomo d’azione, praticamente. Banalmente, i social network contemporanei permettono di documentare in maniera sfolgorante le banalità del quotidiano, spacciandole per eventi veri e propri (dal cappuccino al bar con un amico, fino al film che si sta guardando sul divano di casa, se non la pupù del neonato o quella del gatto), instillando una sorta di (spesso inconsapevole) invidia in chi, in quel momento, non sta vivendo quella cosa. La mia blanda riflessione, incentrata su banali domande retoriche, ruota intorno a questo: perché tendiamo a desiderare di essere diversi da come siamo, anche quando quello che siamo non è detto che sia così male? Ma a questo mi hai già risposto 🙂 è facile trovare assuefazione nell’appagamento del fatuo.

          • Federico66 / 9 luglio 2017

            @stefania: sei stata chiarissima e concordo :-).
            Non volevo arrivare ai social, li considero negativamente, non come strumento, ma per come vengono usati/abusati; sono (non tanto banalmente) la realtà virtuale di eXistenZ ai giorni nostri. Sui social inevitabilmente ci si trasforma, la tastiera, l'”anonimato”, il non contatto, autorizzano ad essere quello che non si è nel “quotidiano”, nella realtà. Mostrare se stessi (consapevolmente :-)) per aggiudicarsi piaceri, ci porterà verso qualcosa di molto simile a Nosedive in Black Mirror, con lo stesso identico risultato, vivere una vita “virtuale”.
            Quindi, come già accennato da te, inconsciamente o meno non cerchiamo di migliorare noi stessi per il bisogno di migliorarci, ma per risultare migliori al confronto con gli altri.

          • Stefania / 10 luglio 2017

            @federico66: ecco cosa mi è piaciuto tanto del film di Cronenberg: la sua trasversalità temporale, diciamo, il fatto che ciò di cui parla risulti attuale anche a quasi 20 anni di distanza (il nostro scambio di riflessioni ne è una prova) 🙂

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