Recensione su Tutti vogliono qualcosa

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L’abilità narrativa di Linklater / 27 dicembre 2017 in Tutti vogliono qualcosa

Ero molto prevenuta nei confronti del film, perché non amo affatto quanto so della filosofia americana della vita nei college e, sulla carta, il film di Linklater mi sembrava una trita riproposizione di un tema visto spesso altrove (perfino in Monsters University, a pensarci bene…).
Tutti i miei timori sono stati confermati: il machismo, la misoginia, il bullismo, la mancanza di rispetto e la continua competizione dei membri della squadra di baseball protagonisti della vicenda mi hanno, come si suol dire, stancato il cervello. E questa tradizione, legittimata, per cui gli atleti americani acquisiscono uno o più titoli di studio pressoché esclusivamente per meriti sportivi mi manda al manicomio.

Ma non riesco a bocciare in toto questo lungometraggio perché non posso basarmi solo sulla mia personale antipatia nei confronti dell’argomento, invero rappresentato molto bene.
Tecnicamente, quindi, Linklater si conferma un bravo autore e, soprattutto, un abile narratore.

Non è un virtuoso della macchina da presa e i suoi lavori non si contraddistinguono per via di particolari velleità professionali: secondo me, Linklater è un buon “artigiano” che attinge con competenza a un certo cinema di fine anni Settanta/primi Ottanta, discreto, mai urlato, avvincente benché “semplice”. Quando guardo i suoi film, penso ai toni e ai tempi di certe commedie viste e riviste in tv, a qualcosa di Bogdanovich (Dietro la maschera), dello Scorsese meno metropolitano (Alice non abita più qui), di John Hughes.

Vista la sua ottima ricostruzione d’ambiente, questo film è una specie di documentario (non c’è niente da fare: a Linklater piace questo genere ibrido ed è un bene per noi, visti gli apprezzabili risultati) che, nello specifico, racconta la doppia faccia del salto dall’adolescenza all’età adulta.
Il desiderio di voler far parte di un gruppo coincide con la volontà di sviluppare una propria identità e caratteristiche tali da entrare nella leggenda (di una squadra, di un campus, di uno Stato: non importa).
La sfida continua, che sia a sberle sulle mani o a ping pong, è estenuante e animalesca, tribale, ma è uno dei significativi meccanismi usati da questi baffuti barbari per delineare la propria sagoma nel brodo primordiale dei coetanei.

Interessante anche la scelta del contesto temporale, privo di confini precisi: il conflitto in Vietnam è finito da pochi anni, da un banchetto nel campus si intuisce che sono in corso le primarie per la presidenza fra Bush Sr. e Reagan (ancora non è iniziato il reaganesimo) e, ingerenze varie in Sudamerica e in Medio Oriente e tensioni con l’URSS a parte, questa generazione non sembra avere su di sé lo spettro incombente di alcuna guerra.

Colonna sonora ricchissima, ma gestita (a mio parere) in maniera poco assennata (mi butti via così Driver’s Seat degli Sniff ‘n’ the Tears, Linklater?!?).
Attori a me sconosciuti (anche se alcuni, oimemì, scopro di averli già visti di sfuggita in altre produzioni), ma fisicamente adatti a rappresentare i vari topoi. Il volto e la costituzione fisica di Blake Jenner, che interpreta la matricola protagonista, mi hanno ricordato tantissimo quelli del Matt Dillon più o meno dell’epoca, taglio dei capelli compreso.

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