Recensione su Eva Braun

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Eva Braun: I giochi segreti del potere… / 5 giugno 2015 in Eva Braun

E rieccoci qua, sempre per la serie cinema sommerso. Nell’Italia della crisi, del malcontento, del malumore, del malcostume e della mala politica, sempre pronta però a sfornare un buon numero di rassicuranti commediole o film comici paratelevisivi, c’è ancora quel circuito, ostinato e un po’ folle, del cinema indipendente, una piccolissima branchia di un’industria nostrana che fondamentalmente non esiste nemmeno più. Ed è proprio da questo sottobosco cinefilo che spunta fuori Eva Braun, quinto lungometraggio del regista Simone Scafidi, recentemente balzato alle cronache per il documentario Zanetti Story e ancora prima autore dell’horror La Festa. Quest’ultima opera di Scafidi però è per lo più invisibile in Italia, su di essa grava la fama ingombrante, scomoda o comoda a seconda dei punti di vista, di film scandalo, proibito, uno di quelli che è meglio lasciar stare, vagamente ispirato al bunga bunga di cavalieristica memoria, ma tutto ciò non ha impedito, a chi scrive, di procurarselo e parlarne, come giusto che sia.

Eva Braun è in effetti un film strano, immerso in un’atmosfera teatrale di perenne sgradevolezza, ostentata e volutamente sostenuta da Pier, interpretato da Andrea De Onestis, un uomo ricco, influente, il sommo padrone di casa, la casa nella quale un ristretto gruppetto di personaggi, introdotti ai segretissimi giochi dalla bella assistente e fredda Cicerona, Romina, e ognuno con varie questioni personali irrisolte, si ritroveranno completamente prostrati al suo volere, accondiscendenti alle sue richieste, su promessa di esaudire ogni loro desiderio e di trovare una soluzione ad ogni loro problema, di soldi, di debiti, di carriera per arrivare ad avvicinarli alle conoscenze giuste.

Si percepisce fin da subito che l’ossessione madre sarà il sesso, il vacuo erotismo, l’ostentazione dei corpi nudi, le masturbazioni, i rapporti feticistici, tutto gioca sulla grossolana e grottesca sessualità del protagonista Pier, un uomo che ha tutto e niente, arido, totalmente preso da se stesso, vittima di un potere e del suo ruolo che non sa bene come imporre sugli altri, un uomo compulsivo, il quale divora tutto per poi rigettarlo. Già dalle prime immagini, nelle quali si intravedono dei poster, forse elettorali, con il volto del protagonista stracciato, si viene immessi in una realtà completamente decadente e misera, grottesca per l’ appunto, spoglia di empatia, una realtà popolata di individui disposti a tutto pur di arrivare al raggiungimento di qualcosa, una società votata al compromesso, all’edonismo più sfrenato, destinata a farsi violentare, deturpare, violare e con la quale risulta quasi spontaneo fare una sorta di specchio riflesso con il vissuto dei nostri giorni. Anche l’ossessiva, malata mania verso il sesso e verso il corpo sono di profonda attualità e non solo per gli ormai famosi giochini hot di certi politicanti, no, sarebbe anche troppo facile ed ammiccante, ma perché è fondamentalmente il mondo di oggi a vivacchiare sull’orlo di un perenne orgasmo irraggiungibile, di un piacere ricercato e mai del tutto afferrato, ma solo consumato, di un potere viziato e sempre nelle mani di chi non sa goderne appieno, se non in un sorta di continuo compiacente spettacolo personale che si ciba dei bisogni, delle frustrazioni, delle insoddisfazioni altrui.
I giochi messi in scena dall’ambiguo Pier, infantile spettatore perennemente sull’orlo del precipizio, nella sua villetta isolata dal mondo, fra allusioni sessuali mai del tutto esplicitate pur apparendo così dirette, sperma eiaculato con isterica frenesia e sottomissioni umilianti che riecheggiano velatamente, anche e soprattutto nella teatralità, il Salò di Pasolini, non fanno altro che mostrarci le debolezze, evidenti, di un gigante dai piedi d’argilla che non può far altro se non sfogare il proprio malsano isterismo represso su chi sa di avere in pugno, su coloro che non sono in grado di accennare la minima reazione perché non vogliono o non possono; un pò la forza stupida di chi comanda in una messa in scena miserabile e fittizia.
In tutto ciò Scafidi, affidandosi a pochi, calibrati movimenti di macchina, dirige cavandosela bene, ad impianto quasi interamente teatrale, il suo pugno di attori, peraltro molto bravi e convincenti, a cominciare proprio da Andrea De Onestis e Susanna Giaroli (Romina), ricreando con intelligenza l’ostilità di uno spazio chiuso e governato dalla presenza sinistra, imprevedibile e ambigua di Pier, ed anche la scelta di una fotografia quasi sbiadita, a tratti opaca, fa emergere la sua visione nebulosa dell’attualità, un’attualità quasi inafferrabile e per questo sempre meno reale.

Per concludere, Eva Braun è un film interessante, gelido, iperbolico, un moderno decamerone, un buon film che, nonostante l’oblio italico a cui pare destinato, non farebbe male vedere, ma probabilmente non attirerà verso di sé flotte di pubblico sbraitante, bensì risulterà, anche nel futuro prossimo, un’opera scomoda, sgradevole, soprattutto per questo suo voluto, sottile filo conduttore che lo lega ad un’attualità da sempre intrigante, specie se nella veste cafonal del più becero gossip televisivo, ma da cui prendiamo le distanze senza riflettere quanto dovuto, come attanagliati da un senso di bugiarda estraneità. Ma se è vero, come recita uno dei personaggi, che l’arte non è uno specchio su cui si riflette il mondo, ma un martello con cui scolpirlo, ebbene Scafidi scolpisce un mondo, nella fattispecie la nostra società, come un luogo feroce, compromesso e compromettente, soggiogato dal potere, dove la messa in scena, il gioco, lo spettacolo che dir si voglia sono ormai una necessità, una mascherina dietro la quale celare e far esplodere le nostre ossessioni, la nostra voglia di esserci. Perché infondo, chi ci da la certezza di non poter essere a nostra volta dei Pier o i suoi compagni di giochi?

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