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il senso della lingua / 11 aprile 2011 in La classe

Il senso del film è racchiuso nella lezione sull’imperfetto, chi parla mai così, a cosa serve, perchè dobbiamo impararlo, noi non lo capiamo, nessuno lo capisce. E la spiegazione del professore è claudicante, incapace di giustificare il parlar forbito si trincera dietro il fatto che sì è un linguaggio borghese, snob.
Il linguaggio e il suo uso, a cosa serve il linguaggio? Che uso se ne fa? Nel consiglio di classe il professore difende il ragazzo nella sostanza, ma nella sua difesa si serve di un registro linguistico utile per la burocrazia (il preside non fa che dire, ho una casella, che ci metto? Come lo traduco in buracratese?), elitario, un giro di parole, finendo per essere frainteso dalle ragazze. E una volta che si confronta con loro non riesce neppure in quel caso a farsi capire usa un termine equivoco, ancora una volta fuori registro, inutile a quel punto chiarire il vero senso della parola (sgallettata non è prostituta e mai lo sarà). Tutti cercano di farsi capire, ma il mezzo, il codice cambia da persona a persona, da gruppo a gruppo (anche i vestiti sono un veicolo di comunicazione che si incaglia nel medesimo problema), il tutto aumentato esponenzialmente dal numero di etnie, lingue di origine, gerghi etc. E il primo problema è il tentativo del professore di condurre i suoi alunni alla sua lingua e quello di gestire la loro.
Molto bella l’idea che il film sia tutto, ma tutto, girato dentro la scuola (l’incipit è solo per entrare e non uscirne più), un mondo separato in cui la vita entra per interposta persona, le retate sono riportate a voce (ancora), non accadono certo lì e quindi non si vedono.

Omaggio a Truffaut, il ragazzo che si sporca con la penna, figlio diretto dei 400 colpi (quasi stessa scena), il film si inserisce anche solo per un susseguirsi storico ai due film dedicati al mondo della scuola da Truffaut, gli anni cinquanta e la tirannia dell’istituzione, la separazione netta fra insegnanti e alunni, la ribellione di questi ultimi e la repressione; gli anni settanta, il maestro incontra il bambino, la scuola “accoglie”, la democrazia cambia i rapporti di forza, comincia la liberazione del fanciullo; il duemila, la scuola è una trincea, perduta ogni autorità il professore è aggredito da una moltitudine che non governa, la marginalità sociale è condivisa da quasi tutta la classe, i due mondi, ragazzi e scuola, non comunicano di nuovo più, non si capiscono. Ecco il senso finale, non c’è senso in una scuola che non è sulla stessa lunghezza d’onda dei suoi ragazzi.

Non so come possano averla presa i professori italiani (chiederò ai miei, ma a mio padre già anni a dietro tagliarono le gomme dell’auto, questo film è attualissimo anche in italia), ma il film è vitalissimo, mostra una realtà che già condividono, non da risposte, ma non potrebbe darne, troppa la complessità del tema, troppo facile la trappola della generalizzazione e della semplificazione e mi sembra azzeccato quindi il punto di vista adottato.
Mi è molto piaciuto.
Da citare la scena di Carl che guarda in macchina e che divide il mondo fra cosa gli piace e cosa no, un autoritratto che è quasi un’accusa.

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