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Recensione su Estasi di un delitto

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Estasi di un delitto: ossessioni buñueliane / 10 aprile 2015 in Estasi di un delitto

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Sette stelline e mezza)

Interessantissimo excursus buñueliano sul tema della fantasia ossessiva.

Alex, il protagonista, è, ufficialmente, un seduttore, un uomo fascinoso dal baffo malandrino, rappresentazione abbastanza prevedibile del maschio latino: in realtà, è un uomo sessualmente impotente che, forse, non ha mai posseduto carnalmente alcuna donna e che, per l’appunto, sublima il proprio impulso di predatore sessuale in fantasie assassine
di varia esplicazione, nonché nel travestitismo coltivato segretamente fin dalla più tenera età.
Turbato da un evento occorsogli durante l’infanzia, non sembra capace di rapportarsi ad alcuna donna se non imbastendo con lei un bailamme di doppi giochi e di doppi sensi, celando dietro un aspetto irreprensibile un animo da potenziale serial killer.

L’estasi del titolo altro non è se la declinazione morbosa del termine solitamente attribuito agli stati visionari dei santi: da qui, a discendere, oltre ad una divertita presa in giro di vari assiomi ed icone di stampo cattolico (dalla suora vagamente sadomaso, con quel gigantesco rosario dai grani sovradimensionati stretto in vita e quelle curve esagerate, passando per il siparietto commissario-militare-parroco durante il matrimonio), Buñuel tratta il tema dell’estasi intesa come alto godimento fisico e, quindi, sensoriale, concependola, in senso generico ma anche maliziosamente allusivo, come orgasmo, in una maniera molto simile a quella suggerita dal Bernini -per esempio- nella rappresentazione degli stati estatici di alcune sante e beate.
E, sempre sul filo della blasfemia, Buñuel affronta un argomento che
gli sarebbe stato caro altrove, quello della santa meretrice, della santa strega, qui più che mai esplicitato dall’accostamento della bella Lavinia a Giovanna d’Arco ed alla brama del protagonista di vederla avvolta da diaboliche fiamme.
Egli sublima tale desiderio attraverso un atto propriamente feticista, ossia accanendosi su un manichino che riprende le fattezze e le forme della ragazza, afferrandolo per i capelli (gesto che aveva già sperimentato qualche attimo prima su Lavinia) e trascinandolo brutalmente (chiara rappresentazione di un abuso fisico) fino al proprio laboratorio di ceramiche per punirlo.

L’inquietante gioco di sovrapposizioni Lavinia-manichino è particolarmente riuscito e ripropone un altro elemento che tornerà venticinque anni anche dopo in Tristana: le gambe femminili come feticcio di impronta surrealista. Qui come nella pellicola con la Deneuve, la telecamera indugia in particolare su un arto posticcio arricchito da scarpe e reggicalze.
Non si tratta dell’unico momento in cui il cineasta spagnolo si sofferma su tale dettaglio anatomico e sugli accessori usati solitamente per decorarli: il film è fittamente costellato da caviglie tornite, scarpine col tacco, ginocchia cesellate, tanto che l’attenzione per i particolari anatomici dei corpi femminili (nasi, fianchi, seni, perfino i capelli) mi ha ricordato lontanamente quella dimostrata costantemente da Almodóvar (vedi, la chioma inusualmente bicolore di Carlotta, la volgare sensualità di Patricia).

Benché Estasi di un delitto venga solitamente indicato come “commedia nera”, ritengo che l’ironia di Buñuel sia nera, nerissima, cupa, cupissima, e che non diverta nel senso stretto del termine: piuttosto, instilla disagio, tensione e anche il finale accomodante di questa pellicola non solleva completamente lo spettatore dal gorgo di timori provati durante il resto del film.
Notevole.

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