Recensione su Enola Holmes

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Gradevoli avventure vittoriane young adult / 24 Settembre 2020 in Enola Holmes

Gradevole film d’avventura tratto dai The Enola Holmes Mysteries, un ciclo di romanzi per ragazzi scritto da Nancy Springer e ispirato dal complesso di opere di Sir Arthur Conan Doyle che hanno per protagonista il detective Sherlock Holmes.

Su schermo, la ricostruzione dell’Inghilterra vittoriana di fine Ottocento è ricca di dettagli, non saprei dire quanto filologicamente corretti, ma utili a “riempire” gli occhi, come quelli tipici dell’apparato scenografico di una messinscena fantasy, con costumi e oggetti dall’aspetto curioso, spesso poco pratico, che denotano forzosamente, per il solo (piacevole) gusto del confronto, le differenze fra l’epoca/il contesto descritto e gli usi contemporanei.

Buone le interpretazioni: Helena Bonham Carter è un’adeguata protofemminista; Henry Cavill è un palestrato Sherlock dall’aria un po’ malinconica; Sam Claflin è un Mycroft davvero odioso (non ricordavo che, nei libri di Conan Doyle, fosse così antipatico) che -però- mi pare incarni bene il medioman paternalista e maschilista dell’Inghilterra dell’epoca; Louis Partridge ha la giusta aria da Lord adolescente; Fiona Shaw ha la corretta presenza scenica per interpretare un’austera direttrice di collegio. Non mi era ancora capitato di vedere Millie Bobby Brown in un film e in veste di totale protagonista: la sua prova artistica non mi ha colpito in maniera particolare, ma mi pare certo che la giovane attrice si sia divertita a impersonare un’eroina così intraprendente e vivace come Enola e che l’abbia fatta sua a sufficienza.
Onnipresente ma non sgradevole il commento musicale che, per fortuna, si esime dall’essere didascalico.

Nel complesso, il nuovo film Netflix Enola Holmes, con la dinamica regia di Harry Bradbeer (Fleabag, Killing Eve), è un buon prodotto di intrattenimento (123 minuti, però, mi sono parsi leggermente troppi), capace di appassionare nella giusta misura ragazzi e adulti, che lascia presagire almeno un seguito, forse in formato serie tv.
Il suo punto più debole, forse, è lo spazio irrisorio lasciato alle deduzioni e alle speculazioni, che dovrebbe essere il tratto distintivo dei fratelli Holmes (stando a Conan Doyle, Mycroft compreso, detective mancato forse per pigrizia, non certo per capacità) e che, invece, sembra quasi un accessorio della narrazione, alla pari dei corsetti di Enola, e non una caratteristica fondante della sua protagonista e delle vicende che la coinvolgono. Cioè, le intuizioni di Enola sembrano più dettate da una sorta di istinto che da un ragionamento, da quell’insieme di processi logici intellettualmente “avanzati” che, spesso, in letteratura, derivano da una conoscenza approfondita di convenzioni e costumi tipici di un’epoca o di un ambiente.

A latere, è interessante pensare a quante declinazioni e variazioni sia stato soggetto finora il personaggio di Sherlock Holmes, al cinema, in tv, in letteratura. In prima battuta, mi vengono in mente la versione con animali antropomorfi di Miyazaki e Pagot (Il fiuto di Sherlock Holmes), quella demistificatrice del film Senza indizio con Michael Caine e Ben Kingsley, quella ultra avventurosa confezionata da Guy Ritchie, la rilettura contemporanea con Benedict Cumberbatch e quella con Johnny Lee Miller (Elementary), la divertente avventura brasiliana raccontata da Jô Soares nel romanzo Un samba per Sherlock Holmes, la parodia disneyana Ser Lock e -sempre a proposito di Disney- Basil l’investigatopo che vive proprio al 221b di Baker Street.
In questo vasto panorama di variazioni holmesiane, per me, per toni, intenti e atmosfere, Enola Holmes si avvicina molto a Piramide di paura (1985) il film di Barry Levinson sceneggiato da Chris Columbus e co-prodotto da Spielberg, in cui compaiono le improbabili versioni giovanili di Sherlock e Watson.

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