?>Recensione | Un piccione seduto su un ramo riflette...

30 marzo 2015

Fra le molte cose che contraddistinguono l’umanità, c’è anche una certa ripugnanza della stessa ed è indubbio che ognuno di noi è consapevole di ciò.
Non tituba nemmeno Roy Andersson, come traspare evidentemente dal sillogismo implicito nella frase di apertura della recensione e dal suo ultimo film, vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2014. Sacchi disarmonici ricolmi di carne e ossa (non) riempiono le vuote inquadrature fisse delle trentanove sequenze di cui si compone il film, cercando di (non) mostrare la vacuità della condizione umana nel suo insignificante agire. Le principali vittime dell’obiettivo della telecamera (che vuole ricalcare lo sguardo di un piccione posato su un ramo che osserva l’umanità) sono due signori, venditori porta a porta di “oggetti per il divertimento” quali denti di vampiro, maschere, sacchetti che ridono. Sono diverse le figure che, oltre a loro, popolano le immagini ma tutte percorrono il solco concettuale scavato dal regista, profondo e netto, senza sbavature o ripensamenti: pallidi in volto, sgraziati, smorti, insignificanti i soggetti sono il riflesso della reale condizione umana, che insegue obbiettivi di cui non ricorda più i motivi, perpetra riti sociali ormai senza più scopo, ancora presenti per una totale assenza di auto-riflessione, ormai scomparsa.
Il film di Andersson è ciò che si immaginerebbe leggendo il titolo velocemente e una sola volta. Ad una più attenta lettura però, nemmeno il titolo riesce a reggere uno sproloquio pseudo-filosofico: un piccione (un soggetto esterno quindi alla razza umana, ma un animale, quindi non privo di istinto e di capacità di agire) seduto su un ramo (si vuole evidenziare il sue essere fermo, seppur nell’immaginario collettivo il nevrotico spostarsi della testa dell’uccello lo farebbe associare a tutto tranne che ad una ripresa immobile) riflette (contraddice la condizione di piccione in quanto osservatore non-pensante, ed il suo essere seduto, che alludeva ad una stasi formale ) sull’esistenza (di chi? Di noi uomini, contraddizione in essere).
“Irritante. Una critica senza tema, una condanna senza processo”: questo scrissi appena visto il film. Una condanna senza se e senza ma che inviluppa le sue intenzioni esasperando le stesse condizioni distruttive dell’oggetto criticato, attraverso il nonsense che porta all’apatia, prove di resistenza imposte allo spettatore in sequenze statiche totalmente vuote, video arte o qualcosa nei pressi che si spaccia per riflessione (dal titolo) e che invece la nega. C’è inoltre una buona dose di banalità e faciloneria nella chiamata in causa dell’olocausto nazista.

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