Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

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Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Un agente di viaggio si sposta per affari in compagnia di un uomo mentalmente ritardato.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: En duva satt på en gren och funderade på tillvaron
Attori principali: maschioHolger AnderssonmaschioNisse VestblommaschioViktor GyllenbergmaschioLotti TörnrosmaschioJonas GerholmOla Stensson, Oscar Salomonsson, Roger Olsen Likvern, Charlotta Larsson, Göran Holm

Regia: Roy AnderssonRoy Andersson
Sceneggiatura/Autore: Roy Andersson
Colonna sonora: Hani Jazzar, Gorm Sundberg
Costumi: Julia Tegström
Produttore: Pernilla Sandström
Produzione: Francia, Svezia, Germania, Norvegia
Genere: Drammatico, Commedia
Durata: 100 minuti

Dove vedere in streaming Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Grottesco fino al midollo / 9 Aprile 2020 in Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Non c’è molto da dire su questa pellicola scandinava poiché si tratta di un collage di scene e situazioni scollegate tra loro che talvolta si collegano senza comunque formare apparentemente un filo logico. E’ un film grottesco fino al midollo, molto lento e perciò deve piacere il genere e l’atmosfera paradossale che avvolge totalmente questo film vincitore del Leone D’Oro alla Mostra di Venezia del 2014.

Personalmente adoro il genere e adoro i film con titolo lunghi e stravaganti. Un must-watch.

Voto: 7 e mezzo che arrotondo a 8.

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Il quotidiano e l’assurdo / 20 Luglio 2019 in Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Il titolo, già molto enigmatico, si riferisce al dipinto di Bruegel Il Vecchio, “Cacciatori nella neve”, che vanta già precedenti cinematografici illustri, Solaris (1972) e Lo specchio (1974) di Tarkovsky e Melancholia (2011) di Von Trier. Una serie di scene a camera fissa, con profondità di campo e luce uniforme, stranianti e quasi del tutto slegate fra loro, alcune lunghe altre molto brevi, invitano lo spettatore più curioso ad analizzare lo spazio vuoto mentre vi si svolgono poche interazioni umane. L’essenzialità e la quotidianità di alcune di queste scene, quelle più marcatamente realistiche, sono anche un invito a riflettere sulla condizione umana, riflessione, sembra dirci il regista svedese Roy Andersson, possibile solo fermando spazio e tempo. Il piccione fermo ad osservare è quindi lo spettatore, al quale viene offerta questa possibilità.
Lo stesso meccanismo comico, una comicità estremamente calibrata e basata sulla parodia e il non-sense, ha bisogno del suo tempo per tramutarsi pirandellianamente in umorismo, quando ci accorgiamo del suo sottofondo malinconico. I dialoghi del film sono pochi, a volte si tratta di monologhi, altre volte di formule convenzionali, come il reiterato telefonico “Sono contento di sapere che state bene”, oppure di dichiarazioni che stridono con l’evidenza, come la finalità ludica dei venditori di articoli per carnevale e il comportamento dei due personaggi, nonchè lo scarso appeal degli oggetti proposti. Siamo di fronte a paradossi da teatro dell’assurdo, ma anche lo spaesamento e l’apporto onirico e simbolico del surrealismo hanno un peso rilevante, Buñuel e Dalì in primis, come nell’ingresso dell’esercito settecentesco e del re a cavallo nel bar, o nella macchina rotante di sterminio.
Se sia solo un grande esperimento narrativo o nascoste tra le immagini e i simboli ci sia una polemica contro la contemporaneità, una critica alla monarchia e alla società svedesi, alle condizioni di vita e abitative degli anziani, un messaggio animalista o altro, non è facile arguirlo. Si può però dire che è un tentativo ben riuscito di codificare una via intermedia tra il cinema grottesco nordamericano di matrice ebraica, alla fratelli Coen, e il minimalismo esistenziale europeo, eliminando alcuni difetti dei riferimenti, come la concitazione logorroica del primo e l’assenza di ironia del secondo.
Oltre ai richiami a Bruegel e ai surrealisti, già citati, aggiungerei anche quelli a Vermeer e Hopper, pittori che in epoche diverse hanno usato il realismo per congelare un momento banale e quotidiano della vita e lasciare agli osservatori il compito di estenderlo, interpretarlo e universalizzarlo.

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Uno spettatore seduto al cinema riflette sul significato del film. / 10 Febbraio 2017 in Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Film d’esperienza, difficile d’apprezzare e da cogliere.
Inquadratura fissa, riprese che sembrano interminabili, ambienti asettici in cui predominano colori spenti.
Una fotografia che, se la si sa analizzare, è impeccabile.
Nei suo minimalismo, ogni cosa è a suo posto; ogni gesto, la mobilità stessa dei personaggi, spettatori pigri, passivi e apatici: tutto è estremamente curato.
Rimane comunque un film molto particolare, così ricercato e sottile nella sua ironia e nella melodrammaticità che lo rende complicato da cogliere, avendo l’impressione che molto, nella sua essenzialità, ci sfugga.
Incuriosisce, perplime e talvolta sa anche lasciarci indifferenti, proponendo situazioni assurde, paradossali e surreali inserite in contesti di vita quotidiana, come se tutto fosse normale.
Particolarissimo.

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Pura follia / 13 Maggio 2016 in Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Una serie di episodi in cui la lentezza delle situazioni la fa da padrone.
La morte, gli amori, le incomprensioni… un insieme di situazioni grottesche, alle volte esilaranti, tenere per altri versi, inquietanti…
Beh, di emozioni ce ne sono parecchie.
Di sicuro non è un film facile da digerire. Ma l’incredibile sequenza di storie mi ha preso.
Tutto assurdo per certi versi. Già le prime tre storie riguardo la morte sono antipasto per il resto del film.
Non saprei se consigliarlo ma a me è piaciuto molto.
Ad maiora!

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Un piccione da abbattere. / 9 Aprile 2016 in Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Qualcuno diceva che il tempo è relativo, e questo film lo dimostra pienamente riuscendo a far durare i 90 minuti effettivi della sua estensione per ben 270 minuti!
La lentezza ormai è chiaro: giustifica l’autorialità.
Ci metti scene immaginifiche (alcune le ho anche apprezzate) e un tono a tratti onirico alla Lynch, il ritmo lento, le frasi e i gesti ripetuti, ed ecco che vai a Venezia o dove ti pare a strappare applausi.
Magari è un limite mio, magari c’è una metafora di tutta la vita che passa davanti a un essere umano. Al di là della metafora, però, c’è la praticità d’averci buttato un’ora e mezza a vedere questa roba.
I divertissement di qualcuno che gioca con la scrittura o con la macchina da presa io li apprezzo, non voglio essere frainteso, ma a volte è come chiedersi “perché gli altri dovrebbero divertirsi alla stessa maniera in cui mi diverto io?”.
Salvo qualcosa però! La scena alla locanda di Lotta la Zoppa di Goteborg è una delle scene più dolci, malinconiche, nostalgiche che abbia mai visto, col vecchio che dopo sessant’anni continua a frequentare quotidianamente la stessa locanda perché lì ha passato il giorno forse più bello della sua vita.
E’ certo che la musica vincoli le emozioni, ma ci riesce benissimo e quindi plauso meritatissimo.
Le inquadrature sono sempre a fuoco nel primo piano così come sullo sfondo, dove pare sempre che succeda un qualcosa di contemporaneo all’azione principale, a lasciar intendere che ciò che succede sullo sfondo ha la stessa importanza di ciò che succede in primo piano, vale a dire un’importanza nulla.

Consigliato a: Quelli che vogliono darsi un tono e dire di guardare certo cinema autoriale che tutti gli altri tanto, mica le capiscono certe cose.

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