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Recensione su L'imperatore del Nord

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27 ottobre 2014

In principio era Sam Peckinpah.

Sono queste le parole usate dal magazine Filmaker’s per introdurre la mordace avventura diretta dal grandissimo Robert Aldrich.

In principio era Sam Peckinpah, lo script de “The Emperor of the North Pole” infatti ha una genesi che passa per le mani di Bloody Sam. Il nostro era innamorato del progetto e non gli sarebbe dispiaciuto dirigerlo. Le cose però andarono diversamente, il regista doveva fronteggiare due problemi: l’insuccesso del sublime L’ultimo Buscadero e le polemiche su Cane di Paglia. Per tre anni vaga di produttore in produttore, alla fine rischiò di non dirigere neppure Getaway (scese in campo Steve McQueen per il nostro ) e Bloody Sam vide parziale consolazione nella scelta di Robert Aldrich alla regia de The Emperor. Fu felice di dare in adozione il suo “bambino” ad un regista capace come il buon Aldrich.

Segnatevi il titolo perché il film in questione è un capolavoro che si pone proprio fra gli anti-eroi alla Peckinpah ed i temi affrontati dal signor Ford in Furore (ne parlai tempo dietro, potete trovare la recensione in questo album). La pellicola ha come protagonisti niente meno che il Sommo Lee Marvin ed il fantastico Ernest Borgnine, roba che attori di questo calibro ce li sogniamo oggidì.
Ambientato nell’Oregon degli anni ’30, il film ammirevole e perfetto con lo sfondo della Grande Depressione, si incentra sugli hobos, sui barboni, sui senzatetto che assaltano i treni per spostarsi di paese in paese, di Stato in Stato.Tutto fila liscio fin quando, lungo la linea 19, non incontrano Shack (E. Borgnine) il capotreno. Shack è un feroce capotreno disposto a prendere a martellate chi si intrufola senza pagare il biglietto. Shack è un capotreno senza scrupoli, è giudice, boia e giuria.
Egli è il Dio dell’Antico Testamento, decide chi resta, chi va e quando fa scendere dal treno lo fa nel modo più prepotente possibile. Tirando le somme, dunque, da un lato abbiamo dei vagabondi presi a martellate, dall’altro lato Ernest Borgnine che, scoprendo di avere degli ospiti indesiderati a bordo, uccide senza rimorso. E naturalmente la regia di Robert Aldrich.

Per me è già abbastanza per urlare al capolavoro e strapparmi i capelli ma non è finita qui. No signore e signori, nella vicenda fa la sua comparsa Numero 1. N° 1 è interpretato da Lee Marvin ed è il barbone più scaltro, è il più furbo, è quello che riesce ad infiltrarsi clandestinamente sui treni merci, a farla franca ai guardiani ferroviari pronti a gettare i clandestini dal treno in corsa. Egli è l’imperatore del nord, egli è Er più de Borgo (senza Celentano). Scommetto di aver catturato la vostra attenzione.

Tra Numero 1 e Shack si ingaggia una lotta senza esclusione di colpi, una guerra feroce a bordo di carrozze in fiamme, su treni merci logori; lo scontro è personale e politico. Si perché il treno è la metafora del potere, Numero 1 deve sconfiggere il potere e chi lo guida. Il personaggio interpretato da Lee Marvin è uno degli ultimi eroi veri, è un cowboy nella Grande Depressione, è una figura anarchica che percuote Shack e vendica la comunità dei senzatetto. Nel mezzo dello scontro poi va inserito Cigarette, un giovinastro che rappresenta l’America di quegli anni: indifesa ed allo stesso tempo volenterosa. Cigarette diventa allievo di Numero 1, sarà “L’Imperatore del Nord” a far da maestro di vita al nostro.

L’opera è fenomenale, ricca nei contenuti lascia spazio alla sfida alle istituzioni. Ne L’imperatore del Nord si lotta un elemento del sistema. Si vuole prendere il treno di Shack per dimostrare chi è il più forte. Al di là della sfida in sé, nell’opera ci si beffa del potere in almeno due occasioni: la prima occasione l’abbiamo quando Numero 1 si improvvisa politico e delizia la comunità di barboni con un comizio; la seconda si ha invece quando Numero 1 impaurisce un goffo poliziotto che lascia a Lee Marvin due polli rubati. La scena è sovversiva, si vede un poliziotto costretto ad abbaiare mentre gli “outsider” ridono a crepapelle.
Robert Aldrich così dirige un prodotto meraviglioso,
moltissimo è dovuto al racconto di Jack London e alla sceneggiatura di Christopher Knopf, un prodotto in cui i personaggi sanno di poter soccombere ma lottano. Il film, con i suoi anti-eroi, è impregnato di una forza selvaggia. Si lotta con furore, si lotta con le unghie e con i denti, ma non ci si abbandona alla negatività. Almeno non del tutto.
L’opera è epica all’inverosimile ma non vuole, ed è questo il bello, prendersi troppo sul serio. Si lotta ma si ride.
Emblematica la scena in cui Numero 1 e Cigarette, sono imprigionati in un vagone: Lee Marvin con un sorriso a 32 denti dirà semplicemente “Siamo nella me**a”.

DonMax

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