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Recensione su Elephant

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23 dicembre 2012

Liberamente tratto dalle vicende del massacro alla Columbine High School di Littleton, Colorado.
Temi che purtoppo tornano drammaticamente di attualitá con chirugica cadenza.
Van Sant dipinge asetticamente la banalitá della quotidianitá e insieme la banalità del Male.
In una high-school di Portland tutto procede come in una qualunque normalissima giornata. Ma é una normalitá soffocante, angosciante nella sua lentezza.
C’é John che é arrivato per l’ennesima volta in ritardo, e che viene ripreso dal preside, e che poco prima aveva guidato al posto del padre ubriaco.
C’é Eliah, con la sua passione per la fotografia.
C’é il belloccio della scuola che si vede con la sua ragazza dopo aver attirato lo sguardo ammiccante delle teenager per i corridoi.
C’è la sfigatella tutta occhiali e felpona derisa dalle bulimiche giovani vamp.
E poi ci sono Alex e Eric. Uno é vittima di bullismo e profondamente introspettivo. Nutre un rancore profondo che accumula dentro di sé con propositi di vendetta. L’altro é un ragazzo leggero, un clone di Eminem quanto all’aspetto, che passa il tempo con i videogiochi violenti.
I due progettano ed eseguono l’orribile massacro dei propri compagni di scuola, apparentemente senza un motivo o probabilmente con troppi motivi scatenanti. Questo dubbio di fondo é forse il maggior risultato concettuale raggiunto dal regista: dopo avere implicitamente elencato decine di apparenti moventi “sociali” (i videogiochi, il clima familiare, il bullismo, i cattivi esempi del mondo musicale, la facilitá con cui ci si può procurare un’arma, persino le simpatie per il nazismo) la assoluta freddezza dell’esposizione porta lo spettatore a propendere per un generale e angosciante senso di ineluttabilitá e inspiegabilitá del Male.
Van Sant segue spesso i ragazzi alle spalle lungo interminabili camminate in giro per la scuola, generando un’opprimente sensazione di viaggio verso l’ignoto: come se quei ragazzi vuoti e soli, profondamente soli, ci stessero guidando verso i più temibili meandri della nostra psiche.
La solitudine dei ragazzi é esaltata magistralmente dalla scelta stilistica di un’atmosfera ovattata, una camera d’aria angosciante e destabilizzante.
Altro aspetto fondamentale é l’uso del tempo: le vicende si incrociano da diversi punti di vista in un unico momento clou, quello immediatamente antecedente all’ingresso di Alex e Eric nella scuola. Le scene sono dunque cronologicamente distorte, in un vai e vieni temporale che é forse la scelta stilistica più interessante di Van Sant.
Perchè per il resto il regista pare un pò crogiolarsi accademicamente in scelte un pò forzate: in particolare mi riferisco ai lunghi piani sequenza, a volte con la camera che gira in tondo con una lentezza inutilmente disarmante.
Ma ci sono anche momenti naturalistici emozionanti: le lunghe inquadrature dei cieli nuvolosi dell’Oregon, ma anche quelle del foliage autunnale (fantastica la carrellata iniziale lungo il viale alberato). Come se soltanto la Natura potesse redimerci e affrancarci dal Male, oscuro prodotto dell’agire umano.
Musiche di Beethoven, Per Elisa e il Chiaro di luna, suonate peraltro al piano anche da uno degli assassini.
Elephant é l’Urlo di Munch della cinematografia contemporanea.

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