Recensione su È stata la mano di Dio

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Il multiverso di Sorrentino / 16 Dicembre 2021 in È stata la mano di Dio

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Riflessioni sparse)

Può Sorrentino essere “nazionalpopolare”, nell’accezione positiva del termine? Sì, al netto dei ritmi narrativi, di certe derive metafisiche e delle scelte estetiche che lo contraddistinguono. Finora, nella sua filmografia, anche quella televisiva, ha sempre toccato temi “popolari”: calcio, politica, religione, sesso, famiglia. Finora, l’ha fatto con toni (ed esiti complessivi) diversi, attingendo a varie scale di un innato, a tratti scintillante, senso dell’ironia.
E, checché se ne possa pensare adagiandosi sulla superficie dei suoi lavori, nei momenti più felici della sua carriera, come questo, Sorrentino ha sempre adottato un linguaggio comprensibile: parla a tutti gli spettatori di cose che tutti conoscono e che tutti sono in grado di comprendere.

Solo apparentemente meno circense rispetto ad altri episodi della produzione del regista napoletano, È stata la mano di Dio mi è sembrato il più felliniano dei film di Sorrentino, e non perché attinga alle vicende biografiche del regista e ne costituisca una specie di Amarcord, o perché Fellini sia stato esplicitamente inserito nella storia: in particolare, questo lavoro di Sorrentino mi ha ricordato I vitelloni, forse per via della scena finale, con la partenza in treno verso Roma, l’abbandono (con ritorno) dei luoghi natii, alla volta del miraggio romano, della trappola de La grande bellezza (o de La dolce vita, scegliete voi la definizione di Roma che preferite).

Il film di Sorrentino è diviso nettamente in due parti:
– la prima delinea i ruoli narrativi e i pregi e i difetti dei personaggi e, soprattutto, il lessico famigliare (secondo l’accezione Ginzburg-iana del concetto) degli Schisa. È una frazione volutamente molto pittoresca e divertente del film. Apparentemente, è quella più coinvolgente, perché, davanti a essa, sembra più semplice che altrove -per lo spettatore- ritrovarsi e riconoscere elementi comuni alla propria esperienza personale o, al contrario, assenti dalla propria vita;
– la seconda, quella più intima e più difficile da rappresentare (per il regista) e da interpretare (per il pubblico), mette in scena la caduta del velo di Maya dagli occhi di Fabi(ett)o (Filippo Scotti). A eccezione del finale, è la parte oscura e dolorosa della storia. Il dramma che affligge questo adolescente è imponderabile e (anche in questo caso uso tale avverbio) apparentemente meno coinvolgente, perché ciò che accade a lui e ai suoi fratelli sembra inconcepibile (“solo” perché la portata del dramma che li coinvolge è altissima). In questo modo assurdo, il ragazzo comprende che la realtà è diversa da quella che credeva di conoscere e prende coscienza di sé e della propria tridimensionalità in un mondo in cui si sono disintegrati tutti i codici che, fino a quel momento, aveva imparato a decifrare, grazie alla lingua imparata dai genitori. Dice, infine: “La realtà non mi piace più. La realtà è scadente”. Allora, le soluzioni per sottrarsi a questa condanna sono due, estreme entrambe: uccidersi o morire in maniera metaforica e, quindi, mutare (senza cambiare, cioè mantenendo la propria sensibilità) e creare nuoverealtà. Il medium cinematografico (in quanto mediatore, appunto) non sarà per il protagonista un semplice diversivo, un hobby: l’idea di fare cinema offre a Fabio la prospettiva di un multiverso manipolabile, alterabile e rinnovabile a suo piacimento.

Ottimo casting, molto buone le rese di tutti gli attori.
Napoli c’è, ma -qui- è una città che, diversamente che in altre occasioni cinematografiche, quasi sussurra (Sorrentino non prova neppure a mostrare la vera isteria generale suscitata dalla presenza di Maradona, tanto che, quando i fratelli Schisa apprendono dell’acquisto del calciatore da parte del Napoli, esultano, ma soffocando le grida): nel film, Napoli si vede quasi sempre dal mare e, a sua volta, sembra preferire guardare verso il mare, piuttosto che nel suo caratteristico ombelico. Credo che ci sia molto affetto per la città, in questa scelta, e l’uso del brano Napule è di Pino Daniele nella colonna sonora mi sembra quantomai corretto, dal punto di vista “filologico”.

(Sette stelline e mezza)

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