Oltre le colline

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Oltre le colline

Una ragazza ribelle e disperata giunge in un isolato convento in Romania per far visita all'amica suora e convincerla a partire insieme per la Germania. Ben presto si diffonde tra le monache la convinzione che la ragazza sia posseduta dal demonio.
Anonimo ha scritto questa trama

Titolo Originale: După dealuri
Attori principali: Cosmina StratanCristina FluturValeriu AndriuțăDana TapalagăCătălina HarabagiuGina Tandura, Vica Agache, Nora Covali, Luminița Gheorghiu, Dionisie Vitcu, Ionut Ghinea, Liliana Mocanu, Doru Ana, Costache Babii, Alina Berzunțeanu, Teodor Corban, Călin Chirilă, Cristina Cristian, Tania Popa, Petronela Grigorescu, Radu Zetu, Ion Sapdaru, Diana Chirila Ignat, Liana Petrescu, Alexandra Agavriloaiei, Alexandra Apetrei, Noemi Gunea, Katia Pascariu, Mara Carutasu, Cristina Mihailescu, Cerasela Iosifescu, Ada Barleanu, Mariana Liurca, Gheorghe Ifrim, Mircea Florin Jr., Marian Adochitei, Ecaterina Tugulea, Nicoleta Lefter, Andreea Bosneag, Adrian Acuta
Regia: Cristian Mungiu
Sceneggiatura/Autore: Cristian Mungiu
Fotografia: Oleg Mutu
Costumi: Dana Paparuz
Produttore: Cristian Mungiu
Produzione: Francia, Romania
Genere: Drammatico
Durata: 150 minuti

6 Febbraio 2015 in Oltre le colline

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Torna in Romania di sferragliante a bordo un treno la per nulla simpa Alina. E’ stata a sgobbare in Germania, torna a prendere Voichita, sua unica amica, che apparente, mente?, ha trovato pace nel perimetro di un convento. Ortodosprotestntwhaddafak. In questo convento sono tutte donne e sorelle, c’è un prete padrone rigido e fiero (padre) e una donna del prete che è madre. Coltivano la terra, quando va bene vanno a vendere/scambiare qualcosa a bordo di un’auto scassata. Ma la loro povertà è poca cosa, nulla, rispetto a quella che si percepisce, e lascia immaginare, tutt’intorno, con gente in attesa che la sorella vecchia muoia per poterla rimpiazzare e robe del genere. Come si inserisce Alina in tutto ciò?
Male, molto male.
Per restare deve chiedere perdono per i suoi peccati, accettare le regole del convento; lei, che segretamente si intende altro che amica, è innamorata di Voichita, la quale per la cronaca è pure una discreta gnocca, Alina dicevo sbarella di brutto. Dai e dai, per calmarla il padre decide di fare un esorcismo. Libera nos a malo. Con tutta la buona fede dei religiosi ignoranti, finisce che l’ammazzano. Le azioni di Alina sono disordinate e confulse (:D era un refuso, ma ne è venuto un incrocio tra confuse e convulse) e autolesioniste, fuor di logica; nel senso, non è certo un personaggio così stupido a poter sovvertire la chiusura di un quadro sociale del genere, fatica a suscitar compassione, e sì che se ne prende tante. Azioni di cui sono riassumibili le motivazioni, l’amore per l’amica e la ribellione a un contesto che tra povertà e conformismo uccide qualsiasi sentimento al di là della sopravvivenza. Contesto in cui si è installata Voichita, che non è partita e non vuole, la quale per davvero o per finta ha trovato un’ipotesi credibile di vita in una regola monastica cui dedicarsi, anche se sembra più per vuoto di alternative che altro. La desolazione si rispecchia nel paesaggio, brullo e spoglio, che sai, come si suol dire, sarebbe uno di quei paesaggi impervi dell’anima a cui la fede non può dare sollievo ma un’oblio senza sogni. Belin che romantico. E se sgarri ti esorciccio.

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Peccati / 15 Aprile 2013 in Oltre le colline

“Ero tornata per lei. Solo per lei. Non volevo altro. E non chiedevo molto: qualche carezza, qualche parola di conforto e la sua presenza. La volevo accanto, dovevo averla accanto! Ma era cambiata, non la riconoscevo più. Quel monastero la aveva inebetita. L’avevano cucinata a fuoco lento, a bagnomaria, vedeva peccati dappertutto. Dio di qua, dio di là, non sapeva parlare d’altro, non c’era posto per altro. Neanche per me. Ma se custodiva qualche segreto a me sconosciuto, io lo avrei portato alla luce, scavando con i denti e con le unghie, se necessario.
Non mi arrenderò facilmente, in situazioni simili mi spinge una forza disumana. Anche se il mondo intero si dovesse frapporre fra di noi, riuscirò nel mio intento. Perché il nostro mondo è la persona che amiamo. È sufficiente, basta questo.
La riconquisterò, ma sarà un calvario!”

L’ambientazione claustrofobica, soffocante, oscura di uno sperduto convento è esaltata da una fotografia meravigliosa. Che soffermandosi sui poveri oggetti di uso quotidiano, sui volti, sulle stanze disadorne, monacali, rende percepibile lo stato di isolamento di un mondo arcaico, dominato da regole ancestrali, soffocato da una morale distorta.
Un film straordinario, tratto da una storia vera.
qui la “colonna sonora”.

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16 Novembre 2012 in Oltre le colline

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Non ho visto il primo, 4 mesi tre settimane etc etc, di questo film colpisce la ricercata corporeità caravaggesca degli oggetti che sono spesso in primissimo piano mentre i personaggi vivono di sfondo (tavole con libri, candele, mele, piatti, cibi vari, ma anche scarpe sul pavimento, piccoli oggetti sui comodini, corpi), la fotografia che ho trovato molto bella, l’oggettività della rappresentazione. I tempi però sono eccessivamente dilatati per mantenere un filo di suspance.
Canonico il tema e lo svolgimento, la particolarità è che una storia così integrata nel suo paese e così geograficamente ritagliata proprio perché sospeso nelle mappe riesce ad essere condivisibile a molte latitudini: sin da subito si percepisce che l’andamento sarà abbastanza scontato, un convento isolazionista, ortodosso in ogni visione della vita e del mondo, immerso fra credo religioso puro e superstizione non può che essere l’incubatrice di un dramma quando l’elemento esterno porta al suo interno individualismo, amore secolare, autonomia e soprattutto desiderio del mondo.
Tutte le donne che sono dentro il convento o che vogliono entrarvi scappano da una realtà disperata o da un dolore, il convento dona rifugio (Voichita continuamente oppone ad Alina “Dove andiamo?”) e pace rispetto alla guerra che si combatte fuori perché nella logica della spoliazione dal mondo c’è l’abbracciare un insieme di regole che non devono essere neppure introiettate, ma seguite e basta, le regole eliminano il problema dell’autonomia decisionale, regalano riposo allo spirito, sono una tregua che si realizza nella sospensione dell’isolamento. Una delle due protagoniste, probabilmente la più debole, una volta catapultata fuori dall’orfanotrofio vi si aggrappa come unica soluzione di vita, si adegua e trova una sorta di felicità in quell’insieme di compiti e obiettivi che devono essere solo eseguiti. L’altra, la più forte e volitiva, invece segue tutti i passi dell’integrazione nel mondo effettuata dagli ultimi della scala sociale, l’adozione, il lavoro in un mercato occidentale tutto teso allo sfruttamento. E sono due solitudini, l’una resa in cambio della tranquillità e dell’aspirazione al trascendente, l’altra impossibile da sopportare sotto la luce di un bisogno di amore che è impossibile da smorzare. La bravura di Mungiu sta nel rendere l’ambiente del convento nella maniera più oggettiva possibile, la coltre di ignoranza e di superstizione non può cancellare un certo senso di genuinità nei comportamenti dei religiosi che credono veramente in tutto quello che fanno aiutati anche da quell’isolamento che li caratterizza e che, ammantandoli di mistero, li rende anche affascinanti al mondo esterno. Il pericolo dietro l’angolo è che il monolitismo, la chiusura neanche faccia percepire loro l’atto di dissacrazione che compiono all’interno del crimine in cui scivolano (lo spettatore già al primo asse preso dalle suore capisce che si andrà verso una crocifissione simbolica, ma loro vi sbattono, nella negazione, quando un terzo, un esterno lo sottolinea). Alina quindi come novello Cristo in croce perché portatrice di amore.
Scarnificando il tema all’osso Mungiu rappresenta le inquietitudini di quell’occidente così avversato dal prete del convento, ossia le paure, la difficoltà di misurarsi con una realtà complicata, la fuga verso istanze irrazionali, l’abbandono della civiltà come atto di purificazione dalla sovraesposizione tecnologica, il convivere di tante aspirazioni che difficilmente si conciliano (il primo medico sopra la scrivania tiene in ordine, una icona, la foto romantica di una silhouette femminile al tramonto, la Monna Lisa), il disorientamento che induce a voltarsi indietro e ad aggrapparsi, in maniera irriflessa, a codici, regole, routine, perché le regole danno sicurezza e senso di appartenenza.
Due parole sul corpo femminile: è un film su un convento di donne, impossibile non parlarne. L’attacco poi è molto forte in merito, le due protagoniste sono state insieme, il problema della sessualità è spinoso (la prima crisi esplode al momento della confessione della masturbazione), le regole conventuali prevedono ovviamente un lavoro intenso sulla privazione fisica, una delle altre suore veniva picchiata dal marito e costretta a fare figli, nell’orfanotrofio le violenze sono comuni, al primo ricovero c’è la persistenza in primo piano del corpo distrutto di una ragazza che sospettava di essere rimasta incinta, il corpo della donna è impuro durante il ciclo, sembra non poter accedere ai luoghi sacri, c’è un luogo della chiesa interdetto alle donne (ok qui è proprio il sistema della costruzione della gerarchia ecclesiastica che è secolare).
(Potrei spingermi nel notare che il primo medico è uomo e rispedisce Alina in convento (il primissimo, al ricovero è anch’essa donna per la precisione), il secondo medico è donna e molto crudamente accusa di omicidio le suore sottolineando la sua distanza dalla religione, però farei una forzatura, il perché del balletto ricovero/non ricovero ha radici molto più prosaiche, ossia meramente economiche e di posti letto).
Non ho visto il primo film di Mungiu, ma parla del corpo della donna (aborto, procreazione) e anche qui il corpo della donna è centrale: è luogo di battaglia e di appropriazione, oppure viene cancellato, escluso dal mondo, è un pericolo per le donne stesse che lo ritengono un problema, è fonte di peccato. Eppure le violenze sono sottaciute, la colpa è introiettata dalla vittima (Voichita non denuncia il fotografo). Alina è diversa, è l’unica nuda, vuole la corporeità dell’altra, impone la sua fisicità all’esterno, usa il suo corpo per imporlo alla cancellazione e ai divieti del convento, sul suo corpo avverrà la piccola guerra contro il male. Abbiamo un problema con il corpo da sempre e nella modernità questo è divenuto il confine delle nostre passioni ultime, il corpo della donna poi sembra essere con troppi padroni, tanti eccetto quello della donna che vi abita dentro.
Apertissimo in merito il film nel finale: Voichita indossa il maglione di Alina

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