Recensione su Duel

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Asfalto rovente / 19 Febbraio 2016 in Duel

Lungo le interminabili highways che tagliano il deserto americano, quei paesaggi desolati di cespugli rotolanti e rocce aguzze dove sfrecciavano il road runner e il coyote, assistiamo per 90 minuti a un lungo, estenuante duello sull’asfalto.
L’inseguimento è storicamente relegato a sequenze, alcune memorabili nella storia del cinema; questo invece è un film basato integralmente su un inseguimento. Nient’altro che l’inseguimento, con alcuni pit stop. Nacque come film per la televisione, da un accattivante soggetto di Richard Matheson sceneggiato da lui medesimo, ma l’eccezionale valore della pellicola lo spinse vigorosamente verso la gloria del cinema.
La gestione della tensione è perfetta nel suo differimento; è come il prolungamento di un piacere, conosce momenti di climax e momenti di relativo rilassamento.
Il protagonista è un uomo mediocre, un inetto (v. telefonata alla moglie, in cui lei gli rinfaccia di non averla difesa quando un tizio le ha messo le mani addosso a una festa la sera prima), perfettamente incarnato dalla faccia qualunque di Dennis Weaver. Anche l’automobile è una vettura qualunque (per l’epoca! oggi una Plymouth Valiant così vale tanto oro quanto pesa!); Spielberg l’ha voluta rosso fuoco perchè stagliasse nell’arido panorama.
L’antagonista, e qui risiede gran parte della genialità, non ha nessuna identità; sembra uno spettro che abita il gigantesco camion cisterna, sporco di terra e polvere, infernalmente anonimo e minaccioso, il cui sonoro è un gorgogliante ruggito bestiale.
Che esordio, questo di Spielberg! Tecnicamente un gioiello, davvero ineccepibile. L’unico appunto oggettivo si potrebbe fare al plot scarno perchè concepito come forma racconto; infatti per l’adattamento al cinema Spielberg dovette fare delle sequenze aggiuntive. Ma tolta questa pagliuzza, rimane un capolavoro immortale.

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