La fuga dall’informazione diretta / 27 Luglio 2016 in Non drammatizziamo... è solo questione di corna!

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ben prima di Boyhood, vi fu la saga di Doinel firmata da Truffaut: da I quattrocento colpi all’episodio de L’amore a vent’anni, lo scapestrato e vivace ragazzo di Parigi ha attraversato la Nouvelle Vague in lungo e in largo. Seguito dalla macchina da presa fin dalle sue drammatiche (e liberatorie) avventure infantili, Antoine Doinel cresce sotto gli occhi del pubblico proprio come l’attore che lo impersona, quel Jean-Pierre Léaud conteso da Godard e Truffaut, che, negli anni, lo elesse a proprio alter-ego e feticcio del suo cinema.
Domicile Conjugal è il sequel narrativamente e cronologicamente perfetto della gradevole commedia Baci rubati (1968): qui, infatti, vediamo Christine (ancora la bella e convincente Claude Jade, che, a tratti, ricorda molto una giovane Deneuve) e Antoine (Léaud) vivere insieme e affrontare le gioie e i dolori della vita di coppia.

Lo sceneggiatore del film, Claude de Givray, ha affermato che Truffaut ha inteso lavorare al film rifuggendo a tutti i costi l’informazione diretta, “documentaria e anti-drammatica”, attraverso un artificio capace di coinvolgere attivamente la platea nella definizione delle situazioni e del contesto: spiegare che la coppia è sposata, che Christine è in dolce attesa, che lei intuisce il tradimento del marito… senza dirlo apertamente è una soluzione narrativa che Truffaut ha tratto da Lubitsch e da una sequenza del suo film Un’ora d’amore (1932), dove una coppia sposata finge di non esserlo, producendo scandalo tra i londinesi benpensanti.
L’effetto finale prodotto da questo meccanismo nel film di Truffaut diverte spesso, creando una sorta di spiazzamento, come nella scena in cui Christine, senza dire una parola, lascia intendere ad Antoine di sapere della sua relazione con la ragazza giapponese, vestendosi da geisha per accoglierlo in casa: quando Doinel entra nell’appartamento, non sa cosa dire, è ammutolito, la moglie non fa nulla per respingerlo, né incoraggiarlo e lui non sa se ridere o preoccuparsi. Apparentemente, Christine è gelida, ma una lacrima tradisce la sua emozione, costringendo lo spettatore a rammaricarsi del divertimento provato nel vedere la sua mascherata e la reazione di Doinel.

Domicile… è un film gradevole, leggero e amaro allo stesso tempo, composto da piccoli ma fondamentali episodi e dettagli che concorrono con grazia a comporre un semplice quadro di vita coniugale in una Parigi che non c’è più: la vita nel cortile e nelle scale del palazzo in cui vive la giovane coppia e in cui tutti si conoscono, spettegolando vicendevolmente e bevendo alla pittoresca osteria situata al piano terra per festeggiare gli avvenimenti più disparati, è stata tratteggiata da Truffaut affidandosi ad una serrata ricerca preliminare incentrata sulla raccolta di aneddoti di vita quotidiana e, perciò, svanita ormai da tempo. Pur mantenendo un tono quasi svagato, Truffaut si fa quasi documentarista, dando vita ad un racconto di vita coniugale realistico calato in un contesto sociale credibile.

Il titolo (e il poster) italiano del film è tra i più indecenti adattamenti mai prodotti, ammiccante in maniera gratuita e nonsense.
Nella locandina originale del film, invece, la grafica valorizza il titolo originale, accostando al testo l’immagine del vetusto meccanismo della serratura della porta di casa della coppia Doinel, su cui, con insistenza, durante il film, si posa più volte la macchina da presa di Truffaut, sottolineando la dimensione domestica, racchiusa, privata eppure molto diffusa, delle vicende che si svolgono dietro quel portoncino caposcala.

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