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Recensione su Dolls

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Fragili marionette del destino / 21 luglio 2014 in Dolls

Presentato alla 59esima mostra del cinema di Venezia, nel 2002, questo lungometraggio segna un nuovo tassello nella maturità di Takeshi Kitano. Rapportato ai suoi tre toni caratteristici (violento, sentimentale e umoristico, che molto spesso riescono anche a coesistere tutti insieme nell’originale cinema kitaniano), questo film rappresenta forse il miglior risultato per quel che concerne il lato più delicato e malinconico del regista, oltre a presentare una bellezza estetica forte, al pari di un enorme dipinto.
Dolls è una potente ricerca dell’amore, un insistente tentativo di sopperire alla sua assenza. E’ quella voglia che smuove le redini del destino degli uomini ed allo stesso tempo quella che li rende schiavi dell’imprevedibilità del fato. Marionette, spinte su una strada da cui, per quanta bellezza possa mostrar loro indipendentemente dal tempo che passa (il mare, le foglie rosse d’autunno, un campo di rose, la neve d’inverno), non possono sottrarsi da quel velo di vitale malinconia che le avvolge e le accompagna costantemente.
Appagante per gli occhi, straziante per il cuore. E qualcuno dica a Joe Hisaishi che qualche colonna sonora bruttina può partorirla ogni tanto, eh.

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