6 Recensioni su

Dolls

/ 20028.2173 voti

Fragili marionette del destino / 21 Luglio 2014 in Dolls

Presentato alla 59esima mostra del cinema di Venezia, nel 2002, questo lungometraggio segna un nuovo tassello nella maturità di Takeshi Kitano. Rapportato ai suoi tre toni caratteristici (violento, sentimentale e umoristico, che molto spesso riescono anche a coesistere tutti insieme nell’originale cinema kitaniano), questo film rappresenta forse il miglior risultato per quel che concerne il lato più delicato e malinconico del regista, oltre a presentare una bellezza estetica forte, al pari di un enorme dipinto.
Dolls è una potente ricerca dell’amore, un insistente tentativo di sopperire alla sua assenza. E’ quella voglia che smuove le redini del destino degli uomini ed allo stesso tempo quella che li rende schiavi dell’imprevedibilità del fato. Marionette, spinte su una strada da cui, per quanta bellezza possa mostrar loro indipendentemente dal tempo che passa (il mare, le foglie rosse d’autunno, un campo di rose, la neve d’inverno), non possono sottrarsi da quel velo di vitale malinconia che le avvolge e le accompagna costantemente.
Appagante per gli occhi, straziante per il cuore. E qualcuno dica a Joe Hisaishi che qualche colonna sonora bruttina può partorirla ogni tanto, eh.

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27 Febbraio 2014 in Dolls

In questo particolareggiato affresco di vita, scolpito dai fervidi occhi del maestro Kitano, si possono scorgere attimi di incomparabile bellezza, che rifulgono di una vivace malinconia, mai fine a se stessa.
Tre storie, tre fenditure, in cui luce ed ombra si fondono per divenire un unico riflesso.
Tre istanti, tre illusioni, che seguono i fili di un ricamo fatto di dolori, e di profonde riflessioni.
Le parole non servono, sono solo burattini, spettacoli di bunraku che servono a guidare le emozioni. Ma queste scivolano dalle mani, sfuggono alla rapida presa del destino, per divenire intensi ed ottenebrati silenzi.
Dolls è questo, sottile, diradato, leggero, ma al contempo connaturato, intenso, a tal punto da eradicare lo stesso concetto di tristezza, trascendendolo ad estrema letizia.

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Un film immenso / 16 Settembre 2013 in Dolls

Una poesia dall’inizio alla fine, non può non piacere.

2 Gennaio 2013 in Dolls

Non di sola Yakuza vive Kitano. Dopo Brothers e Outrage questo suo Dolls mi ha sconvolto. Positivamente intendo. Ero preparato a qualcosa di diverso ma sono rimasto sopreso dalla delicatezza con cui Takeshi Kitano ha presentato alcuni scorci del suo paese, o meglio, della tradizione del suo popolo, rispetto alla cruda brutalità con cui lo avevo visto mozzare dita e spalmare cervella sulle pareti.
Kitano concentra la sua attenzione sul tema dell’uomo vittima del destino e della donna vittima dell’uomo e porta sullo schermo questa tematica attraverso il racconto di tre storie, diverse ma legate tra loro, proprio come gli amanti protagonisti della prima storia e che fanno da motivo conduttore di tutto il film.
Il filo rosso che li unisce è il filo che Kitano segue e la metafora delle marionette si incastra benissimo con la storia.
Inoltre più che di una fotorgrafia di rara bellezza è corretto parlare di una poetica decisamente intensa e di una scelta dell’immagine squisitamente adatta al contenuto.
Sono innumerevoli i particolari colorati che lo spettatore segue attraverso le 3 storie e che trovano significato in ognuna di esse.
Kitano tocca un livello molto alto in un film che va guardato con grande attenzione.

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29 Ottobre 2012 in Dolls

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“Dolls” è un film di Takeshi Kitano che è stato presentato alla 59° mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia senza ottenere, a mio avviso, come accade a molti film orientali, il giusto apprezzamento.
Questo film segna un cambiamento nel modo di raccontare da parte del regista, precedentemente quasi sempre ispirato a storie di stampo yakuza, ma che ora si prefigge di raccontare il legame tra amore, morte e sofferenza attraverso un destino a cui non possiamo sfuggire. Proprio per il tema del destino, Takeshi si rifà alle marionette bunraku (che appaiono nella prima scena in onore del grande drammaturgo Chikamatsu Monzaemon e sono quindi un riferimento al grande passato giapponese) che simboleggiano come anche l’uomo sia mosso dai fili invisibili del destino.
E sono proprio le marionette ad ispirare il titolo del film.
Esso ha la particolarità di essere composto da tre storie d’amore finemente legate tra loro. Continua su http://loren-ilmondodilory.blogspot.it/2012/07/dolls.html

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Somewhere over the rainbow. / 20 Giugno 2012 in Dolls

Dolls.Bambole,marionette.Sfiorate da una divina brezza di un lieve vento o posate sulla candida cornice di un teatrino impensato e del tutto lieto.Non un bacio le sfiora,non un solo pensiero amoroso che riesca a distoglierle dalla loro contemplazione della vita.Perchè sono vive,ma non si sentono vive.Sono i modelli prediletti di Takeshi Kitano,autore straordinario e forse troppo stanco di girarsi intorno e di guardarsi le spalle dal flagello principale degli uomini:la vita.Teatro inconsueto di gesti,emozioni,sapori,odori,passioni inconsumate e amori sbocciati al chiaro di luna,che cosa c’è più poetico della nostra vita?”Dolls”,probabilmente il capolavoro di Kitano,prova a raccontarci la vita da un’altra prospettiva.Sviluppato su livelli narrativi concentrici,in cui ogni storia si incastra all’altra per permettere un ulteriore meccanismo di diffusione della poesia umana senza essere eccessivamente monotoni o angosciosi.Lo sa bene Matsumoto.Vorrebbe sposare Sawako ma il destino non lo vuole.Il suo unico amore sarà la famiglia.Sawako cerca il suicidio per scappare da una mera esistenza,ma viene salvata e ricoverata in ospedale.Matsumoto,nel bel mezzo del suo matrimonio,scapperà dalla Chiesa e si prenderà cura di Sawako,ormai indifesa bambina intenta a soffiare in un giocattolino rosa e tenera sospesa una pallina.Quando la pallina viene schiacciata da una macchina,Sawako perde ogni voglia di vivere,mentre Matsumoto trova una corda rossa.Surreale,questo primo dei tre episodi che compongono il film,indica la viltà umana che nel rapporto porta vincoli e conflitti,dove non ce ne sarebbe bisogno.L’amore non è,cioè,libero di volare via come un’aquila,ma è inchiodato al terreno.Quando accade l’irreparabile,l’uomo si accorge che non può tenere a freno il suo amore e con un gesto liberatorio,lo lega letteralmente a sè.La seconda storia parla di un mondo caro a Kitano,il mondo della yakuza.Un vecchio boss in pensione è pronto a ricominciare a vivere grazie ad una ragazza,che gli si siede accanto su di una panchina,che gli porta il pranzo. Un giorno lui le annuncia il suo trasferimento e lei gli promette di aspettarlo per sempre su quella panchina. Ogni sabato lei si presenterà e lo attenderà per dividere il pranzo.Il boss non mancherà neppure,ma all’apice di questo rapporto verrà freddato,lasciando l’amica e compagna,nuovamente,sola.Vagano senza meta e senza biglietto i sentimenti che esprime Kitano.Non c’è foga,non c’è rabbia,c’è solo l’emozione di una sana condivisione di semplice sentimento(non sempre amore) per sopperire (ora si) alla mancanza d’amore.Ma lo spettro della solitudine si trova sempre,e stavolta assume le sembianze di un uomo con la pistola,che uccide un altro suo simile,riabilitato e felice e ne uccide involontariamente un’altra,lasciandola affogare nel suo mare di dolore e solitudine.La terza storia è agrodolce e poetica al massimo,al solito di Kitano.Haruna Yamaguchi, è una vera e propria star.Un giorno fa un grave incidente e ora deve andare in giro con il volto semifasciato.Il suo più grande fan non sopporta questo e decide di mutilarsi,accecandosi.Quando il suo idolo riceve una specie di punizione divina,un fan si acceca per poterla vedere oltre il reale.Camminano insieme,in una delle immagini più poetiche della storia del Cinema,sulla spiaggia,mano nella mano,senza bisogno di parola.Due ciechi che hanno ricominciato a vedere.Mentre tutto accade e il tempo si consuma,le stagioni cambiano e l’autunno lascia il passo all’inverno e così via,due figure legate da una corda rossa,sembrano camminare,mentre volteggiano nell’aria tiepida.Due anime senza meta,chiuse in uno spettacolo che esclude nani e ballerine.In inverno,i due ruzzuleranno da un precipizio e moriranno insieme.Anche la morte assume,in questo capolavoro,un significato magico e straordinario.La morte come chiusura delle sofferenze terrene e foce di dolore altrui.Ritornando alla terza storia,quando il fan verrà trovato senza vita,Haruna rammenta di quando correvano con la mente in un campo di rose,ma resta con le sue bende,sempre sola,sempre malinconica.Perchè ha capito che nessuno l’amerà mai quanto il suo fan.Nessuno.
E in questo meraviglioso meccanismo riflesso di arte drammatica,sorgono due figure piccole e inconsuete.Due marionette Bunraku,che ci guardano con il viso spento e gli occhi che sembrano pieni di lacrime mai versate.Anche loro preferiscono svanire nel nulla da cui sono nate.Lasciarsi trasportare da questo capolavoro è facile,molto facile.Alla fine si scivola in un baratro amniotico e si capisce che Matsumoto,Sawako,Hiro,il boss,Haruna e il suo fan,non sono altro che parti di noi,Semplici parti di noi.Kitano è nudo in questo eccelso capolavoro,resta senza pelle e si riscopre audace sognatore.Ma la figura che più si avvicina a Kitano è quella di un uomo nudo che dipinge un quadro mentre si ricorda di esperienze passate.Un regista malinconico,con lo sguardo perennemente perso a guardare over the rainbow.

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