Recensione su Dolceroma

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Brucia Roma, ma fino a un certo punto / 2 Gennaio 2020 in Dolceroma

Dopo i lavori in coppia con il sodale Fabio Guaglione, per Dolceroma Fabio Resinaro corre da solo, dirigendo un film basato su un romanzo di Pino Corrias e sceneggiato da Fausto Brizzi.
Dolceroma ha ottime premesse, ma infelici e incompleti sviluppi, una sorta di vorrei ma non posso che sembra frenarne gli afflati migliori nei momenti più ispirati.

La parte iniziale del film mi è sembrata quella meglio costruita. Poi, tra numerose citazioni (perlopiù visive) di Danny Boyle e David Fincher, il film si appiattisce un (bel) po’, non centrando del tutto l’obiettivo al vetriolo che ne costituisce le fondamenta.
Roma brucia, ma, in realtà, Roma non si vede mai. Roma, amante e traditrice, bramata e odiata da chi ne viene attirato come un orso dal miele (quanto è banale questo parallelismo insistito nel film, oiai), viene solo nominata, ma i meccanismi stritolatori dell’industria del cinema (ennesima metafora sulla Città Eterna, battuta, ca va sans dire, fin dai tempi di Fellini) non vengono mai mostrati davvero, vengono limitati alle battute arrabbiate di Martello (Barbareschi, che, in quanto produttore anche nella vita reale, sa bene di cosa parla), e anche la fauna grottesca che dovrebbe popolarla e caratterizzarla viene sempre e solo evocata, mai rappresentata (il personaggio di Armando De Razza non affonda mai la lama nella carne).

Lorenzo Richelmy è un protagonista dalla presenza scenica impalpabile, quasi imbarazzante: non mi è piaciuto neanche un po’. Invece, Luca Barbareschi è un villain superlativo e, in fin dei conti, perfino mal sfruttato.
La Bellè funziona a sprazzi. Il personaggio di Claudia Gerini è narrativamente superfluo, denari a parte. Taccio della caratterizzazione dell’agente Ventura di Francesco Montanari che, non si sa bene perché, è la versione nostrana di una specie di Zenigata senza trench, ma con occhiali a goccia perennemente sulla punta del naso come la cecata Zia Peppa di turno.

Peccato: confidavo molto in una versione deflagrante, cattivissima, davvero graffiante, de La grande bellezza di Sorrentino, qualcosa di vicino al racconto L’ultimo Capodanno dell’umanità di Ammaniti, per intenderci. Invece, mi sono ritrovata davanti l’ennesima riproposizione del tema dell’ambizione e della perdizione correlata con poche (benché efficaci) immagini evocative (su tutte, quella dei bagni nel miele, anche se mi auguro che quello usato non fosse davvero miele, non potrei sopportare l’idea di tutto quello spreco).

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