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Recensione su Dogville

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9 maggio 2015

Dogville è un manifesto sull’ipocrisia dei benpensanti.
È l’egoismo che si cela dietro l’altruismo.
È un trattato sulla meschinità della natura umana.
Von Trier scombussola lo spettatore prima con la scelta di una scenografia a dir poco minimalista (il set è ricavato da un hangar di Copenhagen, una sorta di mega-lavagna su cui si muovono e recitano gli attori, con i muri delle case soltanto abbozzati da tratti disegnati per terra). Poi con una storia sconvolgente, che turba profondamente lo spettatore fino all’apocalittico finale: un massacro e un’ecpirosi che rappresentano il giudizio universale che interviene a punire la bassezza degli istinti umani.
C’è molta simbologia cristiana in Dogville, ma nessuna redenzione.
Il comportamento remissivo, passivo di Grace (un’ottima Nicole Kidman che si è detta molto turbata dal fatto di aver girato un film del genere), ricorda quello della protagonista del precedente film di Von Trier, quel Dancer in the dark capace di scuotere le viscere dello spettatore in maniera pari, se non superiore, a Dogville.
Un film che ha avuto un’eco planetaria grazie al cast di prim’ordine (insolito per film così sperimentali) e, appunto, per l’idea (per certi versi un po’ pretenziosa) dell’assenza di una scenografia, che inizialmente scombussola lo spettatore salvo poi rivelare i suoi pregi in seguito: un’atmosfera teatrale che consente di concentrare l’attenzione sulle idee, senza distrazioni, esaltando peraltro la recitazione degli attori. Dopo qualche decina di minuti non ci si fa quasi più caso, infatti, se non per l’artificioso gesto dell’apertura e chiusura di porte fittizie, cosa che personalmente avrei evitato.
Eppure Dogville è decisamente più importante per i temi trattati che per queste sicuramente suggestive scelte stilistiche. Resterà negli annali come una pellicola sui generis di un regista eclettico e controverso, ma sicuramente in grado di suscitare, nel bene e nel male, forti emozioni nello spettatore.

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