Recensione su Django Unchained

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5 Dicembre 2013

Quel ruffiano di Tarantino non sbaglia un colpo (o quasi).
Ennesimo bel film sfornato da questo (a suo modo) genio fanatico, fondamentalista del suo ego.
Dico ruffiano perchè il film strizza l’occhio un pò a tutti (leggasi: a tutti i mercati): italiani e americani in primis, tedeschi, francesi.
La prima parte è sensazionale, almeno fino alla morte di “Big Daddy” compresa. Poi inizia leggermente a calare, fino a farsi prendere la mano dallo splatter, esagerando un pò (volutamente, è chiaro) nella sparatoria finale, che manco quando si faceva la conserva per l’inverno si vedeva così tanto tomato juice.
Punti forti della pellicola, oltre alla suddetta prima parte, che è davvero eccezionale per ritmo, humour e invenzione:
– un Christoph Waltz francamente magnifico (anche se gran parte del merito andrebbe ascritto al personaggio che interpreta e al doppiatore);
– una sceneggiatura arrembante, soprattutto nei dialoghi della prima parte;
– alcune scene memorabili, come il conciliabolo tra gli adepti di un ku klux klan ante litteram; pungente satira del razzismo (e dello schiavismo, come in tutta la pellicola), in perfetto stile Tarantino, quello dei dialoghi tanto surreali quanto veritieri nella paradossalità della situazione che vanno a schernire;
– la ricerca stilistica dei B-movies western anni ’70, soprattutto italiani, da sempre celebrati dal regista, che danno quel tocco di piacevole nostalgico retrò (a cominciare dalla prima inquadratura dei titoli di testa, fino allo sconfinamento nel kitsch, con le irresistibili sputacchiate da mezzo litro);
– una buona colonna sonora (dal Dies Irae di Verdi, durante l’assalto degli incappucciati, all’omaggio a Trinità nel finale… oddio, canzone di Elisa a parte).
Non mi sono invece piaciuti più di tanto:
– l’interpretazione di Di Caprio, che quando fa il cattivo, a mio avviso, non convince più di tanto (ma inizio a credere di avere qualcosa di personale contro di lui);
– a tratti Jamie Foxx, che alterna momenti riuscitissimi ad altri in cui si atteggia a mero mobilio (molto più incisivo Sam Jackson per quelle poche volte che appare);
– la lunghezza forse eccessiva;
– questo fatto di aver voluto ricreare una anthology tarantiniana, convogliandola in un film western (dialoghi alla pulp fiction, racconto di aneddoti/leggende alla kill bill, ecc.);
– la summenzionata esagerazione nello sconfinare nello splatter (ma che ci volete fare, il ragazzo non cambierà mai); nulla di paragonabile, tuttavia, allo stile dell’amicone di Quentin, Rodriguez, che dello splatter sembra ormai aver fatto una vomitevole ragione di vita, nonchè una sua personalissima catarsi: Tarantino ha almeno il “buon gusto” di concentrare tutto in una singola scena, scelta peraltro (parzialmente) giustificata dalla sparatoria da showdown.
Ciò detto, il giudizio complessivo è tuttavia più che buono, anche perchè gli elementi positivi sono ben più incisivi e penetranti del leggero retrogusto amarognolo infuso da quelli negativi.
Provaci ancora, Quentin.

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