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Recensione su Die Hard - Un buon giorno per morire

/ 20135.273 voti

My name is McClane. John McClane. / 17 febbraio 2013 in Die Hard - Un buon giorno per morire

Quinto capitolo della saga “Die Hard” (gli altri episodi nel 1988, 1990, 1995 e 2007) diretto da John Moore, specializzato in remake ridicoli come “Il volo della fenice” dal 1965 e “Omen – Il presagio” dal 1976. Questo film di rara ignoranza poggia interamente sulle spalle di Bruce Willis, “il divo in canottiera” che porta la sua pelata traslucida in situazioni al limite dell’impossibile e del ridicolo corredando le sue decine e decine di uccisioni con frasi ad effetto, pistolotti morali immotivati e botte di tamarraggine notevoli. La sceneggiatura consiste in due righe-due, con i sovietici che tornano come nella miglior tradizione anni ’80 ad essere i cattivi sostituendo gli ormai abusati arabi: il film arranca tra scagnozzi monodimensionali, personaggi stereotipati al massimo, scazzottate ed esplosioni, come sempre immotivate e frequentissime. I personaggi secondari sono poco più che macchiette e costituiscono più che altro mezzi attraverso cui l’eroe senza macchia e senza cognizione raggiunge l’obiettivo di ammazzare i cattivi di turno, possibilmente facendo più bordello possibile. Tra tutti gli eroi d’azione nati venticinque anni fa, Willis è però il migliore ed il più (auto)ironico, dimostrando di rendersi conto che ciò che sta facendo sullo schermo non è esattamente cinema d’autore introspettivo; ciò gli dà una marcia in più e il pubblico lo apprezza, rendendo le sue pellicole l’ideale per passare un’ora e mezza leggera e divertente. Se non volete film impegnati potete immergervi in quest’avventura, dimenticando, per farvelo piacere, la fisica, la logica e la resistenza umana alle ferite. Yippie ki-yay, motherf***er.

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