Recensione su Diaz - Don't clean up this blood

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Categorizzare l’odio / 10 gennaio 2013 in Diaz - Don't clean up this blood

Mi chiedo dove sia il contesto in questo film, dove sia la profondità di analisi, dove siano la tensione di quei giorni – Carlo Giuliani è un fantasma – l’incapacità di gestire una manifestazione gigantesca da parte dei poliziotti, la presenza di manifestanti violenti, la scelta indiscriminata delle forze dell’ordine di colpire alla cieca, anche chi era lì per far valere i propri diritti pacificamente; i poliziotti sono rappresentati tutti, indistintamente, come bestie nate, caratterizzati da un ghigno malvagio e grottesco (la considerazione che l’irruzione fosse stata commissionata da altissimi gradi, cosa gravissima, passa in secondo piano. E’ più facile giocare sul lato emotivo che su quello documentaristico).
La violenza mischiata a ossigeno che si respirava in quei giorni sparisce, tutto è decontestualizzato, come se l’ondata di manganellate fosse piovuta dal cielo, come se i poliziotti fossero entrati nella Diaz a pestare la gente perché non avevano di meglio da fare che mostrare il loro lato animalesco, in un’ottica di fiction all’italiana francamente stucchevole. Nelle scene in Bolzaneto sembra addirittura di assistere a Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini.
La vicenda gravita intorno a una precisa distinzione di ruoli alquanto consolatoria e ben delineata, non c’è spazio per le sfumature; il pericolo, in questo caso, è quello di dividere il mondo in categorie, depersonalizzandoci tra noi, fomentando un odio che arriva persino a dimenticare le sue radici. Il risultato è che i poliziotti o sono tutti buoni o sono tutti fascisti, i manifestanti o sono tutti piccoli grandi eroi della libertà o sono tutti vandali, criminali, black block o hippy che si fanno le canne. Evidentemente si arriva a un punto di saturazione tale che si ha il costante bisogno di identificare un nemico per sfogare la propria frustrazione, effetto di una società malata, la stessa che, come ci ricorda Vicari prima dei titoli di coda, ha scelto di non sospendere gli indagati in attesa del verdetto e di non convocare una commissione di inchiesta parlamentare sui fatti della Diaz.
Questo è lo sguardo oggettivo che vorrei ritrovare in un film che prende in analisi grandi contenuti. Da parte mia, invece, a livello puramente personale, sto e starò sempre dalla parte dei manifestanti (quelli pacifici), sto e starò sempre dalla parte delle vittime di quell’aggressione senza senso, sto e starò sempre dalla parte di quelle persone indifese, disarmate, arrese che non si meritavano un trattamento del genere (ma nemmeno fossero stati pericolosi criminali, se è per questo).
La nota positiva è che almeno è stato girato un film che ne parla, a prescindere da tutti i suoi limiti e dalle profonde lacune, da qui la mia sufficienza.

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