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Recensione su Diaz - Don't clean up this blood

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2 giugno 2015

Propongo alcune considerazioni sparse su una pellicola sicuramente controversa, quanto ai contenuti, e che ho trovato non esaltante da un punto di vista tecnico-artistico.
È difficile non entrare nel merito quando si affrontano temi di questo genere, ma vorrei provare ad analizzare le cose nel modo più lucido, distaccato ed oggettivo possibile.

Ci sono poliziotti fascisti e che muoiono dalla voglia di usare il manganello, così come ci sono manifestanti non pacifici che pensano che la soluzione a tutti i problemi sia devastare qualsiasi cosa gli si pari davanti.
Ci sono molti poliziotti padri di famiglia che coprono poliziotti che si sono macchiati di violenze ed efferatezze, così come ci sono alcuni manifestanti non violenti che coprono manifestanti violenti perché, in fin dei conti, fanno comodo o semplicemente perché non hanno la forza di opporvisi, o ancora perché, inconsciamente, quel gioco sporco qualcuno di loro lo vorrebbe fare ma per paura o per non macchiare la propria maschera di pacifismo vi si sottrae.
Questi che ho elencato non sono stereotipi, ma categorie di persone che ciascuno di noi conosce e che io personalmente conosco.
I fatti di Genova hanno visto le une e le altre cose in un crescendo di violenze che non ha pari nella storia recente del nostro Paese.

Sono due ruoli difficili, quello del poliziotto e quello del manifestante.
La polizia come la fa, la sbaglia: quando agisce viene accusata di aver agito male, quando non agisce viene accusata per la sua inazione.
Il manifestante, invece, deve sempre sopportare l’accostamento al violento, per il solo fatto di essere un manifestante (fosse anche Gandhi, non importa).
Questo film parla della Diaz, tralasciando (o accennando in modo del tutto insufficiente) quanto accaduto nei giorni precedenti.
Dunque è un film che decide chiaramente di schierarsi dal lato dei manifestanti, che, per come la vedo io, vennero pestati selvaggiamente e crudelmente da poliziotti che persero la testa, diventando il braccio armato di coloro (vertici della polizia o della politica?) che in cuor loro desideravano riscattarsi da una figuraccia trasmessa in mondovisione: l’incapacità di gestire l’ordine pubblico in una situazione così importante, in cui i riflettori della comunità internazionale erano tutti puntati su una città.

Il film, è stato detto, è abbastanza verosimile in quanto basato su atti processuali. Eppure serve una precisazione molto importante: per atti processuali si intendono anche le testimonianze e le deposizioni delle parti offese. Quindi atto processuale non significa verità processuale, ciò deve essere ben chiaro. L’unica “verità processuale” è quella che emerge dalla sentenza definitiva, che ha attestato, in modo piuttosto generale, che vi sono state violenze e torture (reato che però non esiste nel codice penale italiano e che viene dunque ricondotto nelle fattispecie delle lesioni e delle percosse).
Sulla violenza rappresentata nella pellicola è stato detto tutto e il contrario di tutto: che Vicari ha esagerato, oppure che alla Diaz è stato addirittura peggio di quello che si può vedere nel film. Certo che se la scena dell’assalto fosse davvero verosimile, allora è stato un miracolo che alla Diaz non ci siano stati almeno una decina di morti (basta vedere il numero delle manganellate in testa che vengono dispensate).

Fatte queste considerazioni generiche sui fatti oggetto del film, e considerato che sarebbe stupido decidere di dare un voto sulla base di essi, non resta che il giudizio tecnico, l’unico che possa consentire una valutazione oggettiva.
Ma prima è necessario premettere (e ciò sicuramente può incidere sulla valutazione, non essendo un mero fatto) che un film del genere ci voleva, anche soltanto per accendere ancora una volta il dibattito e per far conoscere a chi era troppo giovane fatti di cui non si dovrebbe perdere memoria.
Ciò detto, ho trovato diversi attori francamente imbarazzanti, contrapposti ad altri decisamente all’altezza (sarà un caso, ma questi ultimi sono quelli stranieri).
La regia di Vicari è buona, con un ottimo controllo della macchina da presa nelle concitate scene dell’assalto.
Meno buona la sceneggiatura (l’immancabile, inutile, love story che toglie spazio a cose più importanti) nonché discutibili alcune scelte, in primis quella della bottiglia, a cui si da troppa importanza come pretestuoso “casus belli” quando l’unico vero movente dell’ingiustificata e stupida violenza barbara commessa dai poliziotti è stata l’altrettanto ingiustificata e stupida violenza barbara commessa dai black-block.

2 commenti

  1. Stefania / 2 giugno 2015

    Condivido davvero molto di questa recensione, in primis il fatto che questo film fosse “necessario”.
    La fiction sembra avere più presa del documentario, perché, paradossalmente, mi pare benefici di una maggiore visibilità, al cinema e in tv (i doc collettivi “Un altro mondo è possibile” e “Genova. Per noi”, per esempio, non hanno mai suscitato lo stesso interesse di “Diaz”).
    Ti basti sapere che, quando il film di Vicari è stato trasmesso in tv, recentemente, una persona a me molto vicina mi ha detto: “Ma non avevo idea, non credevo… Ho pianto! E mi è venuto in mente di quando, ai tempi, mi avevi raccontato di quello che avevi visto per strada e adesso realizzo“.
    Perché, in quell’afoso luglio del 2001, ero per strada, a Genova (non impegnata nelle manifestazioni, ma -ahimé o per fortuna?-, in un faticoso esame universitario che, svolto insieme ad un collega, mi aveva costretto ad attraversare la città a piedi mentre imperversava il delirio) e ho visto con i miei occhi una minima ma scioccante e significativa percentuale del fumo, della distruzione, della violenza e del sangue (sangue sotto i miei piedi, a due passi da casa) di quei giorni.
    Per quanto di prima mano, i miei racconti, evidentemente, non avevano sortito il giusto effetto. A molte persone, non necessariamente per “cattiveria” o ignoranza, sono servite le immagini di Vicari per sviluppare un certo interesse per l’argomento. E, in questo senso, ringrazio di cuore vita natural durante il regista romano.
    Mi spiace, però, che un simile impegno civile sia stato affidato ad un prodotto cinematografico decisamente mediocre, perciò mi trovi concorde anche sulle considerazioni tecniche.
    E quella bottiglia, diamine, quella bottiglia…

    • hartman / 2 giugno 2015

      Concordo.
      La bellezza di certo cinema sta proprio nel rendere collettive ed universali esperienze che diversamente cadrebbero nell’oblio o, al più, resterebbero confinate negli asettici resoconti della carta stampata. Si dice sempre che i libri sono meglio dei film, ma in casi come questi è vero l’opposto. La potenza dell’immagine non ha eguali.
      Poi, purtroppo, c’è questa attitudine tutta nostrana a voler cercare sempre un colpevole, una causa ultima degli avvenimenti che, in questo caso, a mio avviso, sbagliando in pieno, è stata troppo banalmente identificata, anche visivamente, in quella bottiglia. Peccato per questa banalizzazione a mio avviso marchiana e fuorviante…

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