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Recensione su Devil's knot - Fino a prova contraria

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7 maggio 2014

La convivenza con il male, la ricerca di vendetta, la cecità umana, le anomalie del sistema giudiziario: sono i temi al centro di “Devil’s knot – Fino a prova contraria”, thriller drammatico diretto dal regista canadese Atom Egoyan, che riporta la propria visione della raccapricciante matrice persecutoria dell’evoluzione investigativa e procedurale di uno dei casi giudiziari più controversi avvenuti in America negli ultimi vent’anni. Ad interpretare il film sono i premi Oscar Reese Witherspoon, che grazie al favore della critica è ricercatissima tra le attrici di Hollywood, nel ruolo di Pam Hobbs, e Colin Firth, artista di formazione classica proveniente dal teatro inglese (un particolare ben riconoscibile nel suo modo di approcciarsi alla recitazione), in quello dell’investigatore Ron Lax.

Prima della pellicola di Egoyan, su questa vicenda sono stati realizzati quattro documentari nati in seguito a movimenti pro-verità sul web: “Paradise lost – The child murders at Robin Hood Hills” e altri tre titoli che contribuirono alla riapertura del caso, incluso “West of Memphis”, versione di Peter Jackson affidata alla regia di Amy Berg e presentata al Sundance Film Festival del 2012, nella quale per la prima volta si appoggiavano le accuse contro Terry Hobbs, patrigno di uno dei bambini assassinati. Ricorrente è il tema dell’innocenza trafugata e delle piccole vite infrante nelle produzioni del regista (ricordiamo “Il dolce domani”, che nel 1997 si portò a casa numerosi premi), il quale stavolta è alle prese con l’arduo compito di trasporre con fedele attinenza fatti di cronaca già esaminati, in una rinnovata accezione che non crei intemperanti licenze artistiche. Talmente arduo che il film presenta uno script non privo di difetti e di voragini nella narrazione, altresì rimaneggiato fino allo sfinimento, e nemmeno supportato da un cast di contorno idoneo alle punte di vanto dello stesso. Sembrano lontanissimi i tempi in cui Reese Witherspoon vestì i panni di June Carter nel superbo “Quando l’amore brucia l’anima”, così come quelli de “Il discorso del re” per Colin Firth (tipi di interpretazioni e di generi cinematografici molto diversi); in “Devil’s knot”, al contrario, risultano irriconoscibili le doti di questi due artisti, costretti in due personaggi costruiti senza un minimo di introspezione e di caratterizzazione e corredati invece da un’insipida bidimensionalità.

I “solchi del maligno” scavati in luoghi inaspettati, l’influsso delle credenze popolari, una “caccia alle streghe” che si rivela mero e livoroso tentativo di ricerca di un qualsiasi capro espiatorio: sono elementi che ricordano la stessa analisi letteraria attuata da Nathaniel Hawthorne (per i meno informati, basti tenere a mente “La lettera scarlatta”, di cui Roland Joffé portò il messaggio sul grande schermo) e fondamentali anche per la pellicola di Egoyan, ma che incoerentemente rimangono un mero accenno, fra banali esercizi di montaggio e un tema musicale onnipresente e fastidioso, al di fuori di ogni logica. Nei suoi meccanismi investigativi, il film trema e vacilla alla ricerca disperata delle emozioni forti, facendo leva esclusivamente sulle tremende circostanze del crimine perpetrato, fino a creare una risoluzione titubante e restando intrappolato in un divario incolmabile tra la vera inquietudine, tangibile e tagliente, dei reali West Memphis Three, e quella della traduzione in immagini, che però ha ben poco di cinematografico.

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