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Recensione su Detachment - Il distacco

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ode al disagio (7.5) / 10 febbraio 2013 in Detachment - Il distacco

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Una dolente riflessione sulla banale difficoltà di stare al mondo e sulla sofferenza, che, ci suggeriscono, è ciò che più intimamente ci accomuna. Difficoltà che ci trasciniamo partendo dal bozzolo-famiglia, che evolvono nel tempo, si tramutano in incapacità comunicativa, o frustrazione, disinteresse, repressione, apatia, distacco (ogni professore ha a che fare con qualcuno di questi aspetti). Il sistema scolastico mi sembra più che altro il contorno (di cui si offre uno spaccato assolutamente vivido e inclemente), l’ambientazione, il pretesto da cui partire per poi allargare lo sguardo, abbandonarsi a considerazioni più ampie, rigorosamente all’interno di un quadro di abbattimento, decadenza, disillusione. Credi di poter fare la differenza? Ti sbagli. Sui volti dei protagonisti si legge perenne stanchezza, e un lieve senso di nausea. La cosa bella è che ci si può specchiare meravigliosamente. Ma, c’è un ma: in questa marea montante di stanca indifferenza una nota di empatia si fa avanti con prepotenza, e, insomma, sembra che trovare un appiglio umano possa essere una buona soluzione per tirarsene un po’ fuori, da tutta ‘sta difficoltà di vivere.
Verso la fine si indugia un po’ sull’aspetto melodrammatico (la morte della studentessa fragile e in crisi ha un sapore di già visto, anche se sottolinea con evidenza il messaggio di “generazione alla deriva” di giovani incompresi, inascoltati, etc., nonché conferma il senso di fallimento – delle istituzioni? della famiglia? della società? – che fa da sfondo al tutto).
Poi a Adrien Brody non posso che rinnovare il mio eterno amore

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