Recensione su Departures

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4 Ottobre 2013

In Europa (o in America) un film del genere sarebbe irrealizzabile. E non solo perchè i riti che accompgano la morte sono diversi ma perchè i significati di una certa ritualità sono molto diversi.
C’è quasi una traccia del modo di pensare degli antichi Egizi in questi giapponesi che assistono (non sempre) senza far trasparire emozioni alla preparazione dei corpi dei loro cari: il tanatoesteta è, per certi versi, come l’imbalsatore ma il suo scopo non è, conservare ma restituire un lampo di vita e immortalarlo per sempre nella mente di chi rimane più che sul volto di chi già se n’è andato.
Ciò che rende speciale questo film è il modo delicato e rispettoso con cui questo passaggio viene affrontato. Ogni gesto è compassato e amorevole, pacato e sereno e rende dignità e rispetto a chiunque (sia chi sia già consumato, sia chi abbia vissuto nel tormento). La cultura giapponese, così profondamente attaccata ad una certa ritualità, riesce ad esprimere questo concetto in maniera encomiabile e lo stile orientale, mescola una sorta di disturbante ironia inziale ad una drammaticità che cresce nel finale proprio in contrasto alla leggerezza della prima parte.
La musica che accompagna alcune scene è splendida e di per sè è sufficiente a commentare lo scorrere delle immagini.
Departures è un film sulla morte e sui ricordi che ad essa possono essere collegati così intenso che è difficile dimenticarsene.

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