11 Recensioni su

Departures

/ 20088.0205 voti

4 Ottobre 2013 in Departures

In Europa (o in America) un film del genere sarebbe irrealizzabile. E non solo perchè i riti che accompgano la morte sono diversi ma perchè i significati di una certa ritualità sono molto diversi.
C’è quasi una traccia del modo di pensare degli antichi Egizi in questi giapponesi che assistono (non sempre) senza far trasparire emozioni alla preparazione dei corpi dei loro cari: il tanatoesteta è, per certi versi, come l’imbalsatore ma il suo scopo non è, conservare ma restituire un lampo di vita e immortalarlo per sempre nella mente di chi rimane più che sul volto di chi già se n’è andato.
Ciò che rende speciale questo film è il modo delicato e rispettoso con cui questo passaggio viene affrontato. Ogni gesto è compassato e amorevole, pacato e sereno e rende dignità e rispetto a chiunque (sia chi sia già consumato, sia chi abbia vissuto nel tormento). La cultura giapponese, così profondamente attaccata ad una certa ritualità, riesce ad esprimere questo concetto in maniera encomiabile e lo stile orientale, mescola una sorta di disturbante ironia inziale ad una drammaticità che cresce nel finale proprio in contrasto alla leggerezza della prima parte.
La musica che accompagna alcune scene è splendida e di per sè è sufficiente a commentare lo scorrere delle immagini.
Departures è un film sulla morte e sui ricordi che ad essa possono essere collegati così intenso che è difficile dimenticarsene.

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Departures / 13 Giugno 2013 in Departures

Dire che mi è piaciuto è riduttivo…è un film ricco di poesia che tratta un argomento “tabù” come la morte con così tanta delicatezza e amore da far scomparire ogni paura che questa “tappa” del nostro percorso ci fa, indipendentemente dal proprio credo. E i sassi…avrei voluto andare su un greto di un fiume e raccogliere sassi da donare alle persone che amo, in quei sassi erano raccolte tutte le parole e i sentimenti che noi spesso non riusciamo a dire… Bellissima colonna sonora.

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Come solo il cinema orientale sa fare… / 9 Giugno 2013 in Departures

Bello, bello, bello! Intenso e poetico. E’ incredibile come un tema quale la morte riesca ad essere trattato in maniera tanto profonda ma allo stesso tempo, a tratti, ironica quando sono gli orientali a farlo. Il mio è un 8 e mezzo, mi ha sinceramente commossa.

Un ottimo film / 20 Gennaio 2013 in Departures

Veramente un capolavoro degno di nota anche se è passato in ultimo piano sul menù cinematografico italiano. Profondo, tagliente, esaustivo sul mestiere più tabù dei nostri colleghi con gli occhi a mandorla.
C’è spazio anche per la ripresa di rapporti interrotti, amori da costruire, cambi di lavoro da accettare e diventare Uomini per davvero.

19 Gennaio 2013 in Departures

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

E finalmente, solo 4 settimane ci ho messo, film giapponese che ha pure vinto l’oscar come miglior film straniero nel 2009 (mettendolo nello stoppino al Valzer con Bashir, qualcuno se ne era accorto?).
Allora, è la storia di un musicista che perde l’orchestra in cui suonava, e trovatosi senza lavoro torna in campagna nella casa lasciatagli dalla madre.
Notare qui che ha la moglie perfetta, ricorda quell’applicazione di Fb sulla donna perfetta, perché innanzitutto è genere japu abbastanza carina quasi figa, e poi lui le dice:
“Cara, ho perso il lavoro e dobbiamo trasferirci da Tokio alla campagna” (e lei il lavoro ce l’aveva).
Sorrisone.
“Davvero?! Che bello! Andiamo”.
E già che ci sei scopiamo? Oggi ho messo il tanga per questo…
Insomma, si trasferiscono e lui trova accidentalmente lavoro come depositore di cadaveri, una specie di becchino che compie sui cadaveri un rituale tradizionale molto figo, qualcosa come nokanshi, in cui si lava il morto davanti ai familiari riuniti e lo si continua a svestire e rivestire senza che un briciolo di pelle compaia mai.
Simbolismi un po’ spinti in direzione del retorico, le pietre, che si erano scambiati lui e il padre, ritornano alla fine, il perdono, lui che suona il violoncello nel bel mezzo di immensi panorami da intatta campagna japu, quelli con sempre la stessa lineare montagna innevata sullo sfondo.
Quando scopre di avere il marito becchino la moglie lo pianta, e gli rinfaccia pure di non aver detto nulla prima (AH TROIA!!! Allora eri stata zitta per poterglielo rinfacciare dopo!), ma poi ritorna, senza che lui abbia nemmeno bisogno di dire né ai né bai.
Hai capito come funziona, basta che aspetti e quella ritorna. Ne deduco che la donna sia una specie di boomerang, isn’t it?
A parte queste chiamiamole discrepanze, a parte che ero in un cinema pieno (ma PIENO) all’1.30 PM di un lunedì pomeriggio (a vedere un film japu, com’è sta storia?) e circondato da tipe non so quanto fighe – si sa che l’eccessiva vicinanza non favorisce la corretta valutazione dell’oggetto – che bevevano birra o sorseggiavano vino rosso in bicchieri da degustazione (non sanno più cosa venderti nei cinema:S), ecco, a parte tutto commozione, per un film delicato delicatissimo e anche più, gentile-pacato-riflessivo con quattro virgole di comicità, insomma, come a me non piacere non può (l’ho scritta corretta? Mah, sì, mi sembra di sì, che stia in piedi), sulla morte e sulle fasi di passaggio.
Uh, no, me**a ca**o cosa stavo per dimenticare!
Che la musica è di Joe Hisaishi, lo stesso dei film di Miyazaki, per dire.

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13 Gennaio 2013 in Departures

Intenso, commovente, profondo, condito con la giusta ironia, racconto sul mestiere più tabù della cultura nipponica. Imperdibile, specialmente in lingua originale.

sei e mezzo / 9 Febbraio 2012 in Departures

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il film è molto toccante e a tratti anche bello, ma tende a molta retorica, in questo caso la stilizzazione tutta giapponese la stempera un po’, non oso pensare cosa ne sarebbe venuto fuori ambientato in italia.
Il tema centrale mi sembra che sia il ritorno a casa, il recupero della memoria e di una dimensione più a misura d’uomo: in fondo il protagonista viene via da Tokio e dai suoi grattacieli, viene via dall’idea di una vita sempre in giro per il mondo (causa della sua assenza al funerale della madre) in cui le dimensioni del vivere sono abnormi (il costo del violoncello) e ritorna in un paesino invaso dagli elementi naturali, in cui la vita procede a ritmi sostenibili e in cui ancora ci sono riti che il tempo non cancella. C’è tutto un moltiplicarsi di figure paterne e materne sostitutive, dalla signora del bagno pubblico, mi sembra che incarni l’anima del giappone antico, al suo capo al lavoro. E poi c’è il lavoro, decisamente fuori dagli schemi, ma che ha bisogno di tatto, delicatezza, precisione, amore in definitiva (d’altronde il capo inizia il suo lavoro di tanatoesteta come ultimo atto d’amore verso la moglie). E come tutti i lavori è un modo per rimettere ordine nel mondo, eliminare la confusione e lo scompiglio e ridare quiete, ordine appunto, leggibilità.

Non mi è dispiaciuta la commistione fra comico e drammatico, ma nel finale questa linea narrativa si perde totalmente. Ci sono due climax emotivi a mio parere, la morte della donna del bagno pubblico e la morte del padre di lui, troppi, uno dietro l’altro quasi, eccessivo

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riflessione sulla vita o sulla morte / 8 Febbraio 2012 in Departures

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Dopo aver visto il film, tanti pensieri e tan te sensazioni che già in passato la mia mente aveva elaborato sono tornati alla mente… molti dei quali sono sempre stati li, pronti ad essere rievocati all’occasione e alcuni invece stavano nell’ombra senza dar sentore dell’esigenza di esser tolti dalla polvere.

Se dovessi dire cosa mi ha lasciato il film in rapida sintesi (cosa che, per chi mi conosce, mi riesce sempre molto complicata) mi verrebbe da dire che “buttiamo all’aria un sacco di tempo nelle nostre vite” e che come ho sentito in una canzone di Cesare Cremonini ieri alla radio “più mi convinco che il tarlo della vita è il nostro orgoglio” che se solo a volte riuscissimo a metter da parte permettendoci anche di accettare uno sbaglio con maggior serenità, forse, tante vite risulterebbero diverse.

Quando è caduto quel sasso, (dovete guardare il film per capire, così non mi si dirà che non stimolo J ) il riferimento a quel frammento del testo della canzone è stato immediato, così come la fortissima parte emozionale traboccata anche contro la mia volontà.

Interessante pensare a come siamo noi stessi i registi delle nostre vite e allo stesso tempo o non ce ne rendiamo conto o non vogliamo prenderci questa responsabilità cercando sempre qualche altro fattore, personaggio reale o mistico a cui affidare il destino della nostra storia che spesso è regolata più che da una nostra reale volontà dallo stesso “orgoglio”. Quanto siamo soggetti a schemi mentali rigidissimi che ci impediscono a causa della loro rigidità di prendere quelle che la nostra mente e il nostro cuore spesso ci comunicano come essere le nostre vere scelte?

Ho divagato ma il film tra tante altre cose mi ha lasciato questo… questo senso di domande su quanto in verità viviamo la nostra vita e su quanto invece viviamo quella che ci capita..

Tornando al film la storia narra le vicende di un ragazzo che insegue un sogno, quello di diventare “violoncellista” per un importante orchestra.. raggiunto il sogno finito il film? No, come ogni film che si rispetti questo sogno viene infranto e il ragazzo si ritrova a doversi costruire una vita nella quale quel sogno deve esser accantonato; si scoprirà poi che sarà accantonata solo l’idea pubblica di quel sogno ma il rapporto con il violoncello sarà più intimo e forse più profondo di quanto magari non lo sarebbe stato a notorietà acquisita.

Al suo fianco il personaggio di una moglie che incarna con estrema semplicità di gesti, di sguardi e di stile di vita gli occhi dell’amore, di quell’amore cosi semplice e puro senza colpi ad effetto, senza pubblicità e altri vari artifici dell’era della televisone, quell’amore figlio di una vita d’altri tempi e altri ritmi, dove il sentimento non si compra e non si vende, non si affitta ne pubblicizza; quell’amore cosi semplice da sembrare probabilmente ad un adolescente dei giorni nostri quasi innaturale, povero e frivolo ma che invece, secondo me, racchiude il segreto di quel sentimento e della vita stessa. Quel sorriso che solo quell’amore ti permette di avere.

Interessante inoltre riflettere su ciò che le persone delle famiglie degli scomparsi comunicano agli autori della preparazione per il viaggio al termine del loro lavoro… molto interessante capire come l’immagine, le gesta e quella sorte di rispetto silenzioso modifichi quello che è il loro pensiero di base.

Ho divagato ancora ma non è semplice scrivere con tutte le emozioni del film ancora presenti e con la mente che ripercorre scene e sensazioni come un rapidissimo forward di un videoregistratore.

Il ragazzo, dicevamo, deve ricostruirsi una vita e prova a farlo dando seguito ad un annuncio su un giornale dove, lui crede, si cerchi una sorta di guida turistica o di accompagnatore per dei viaggi…

La realtà è ovviamente diversa, si parla si di viaggi ma di viaggi particolari…al colloquio il titolare della ditta egli dirà “il viaggio”… non voglio svelare altro per paura di svelare troppo…

A far da contorno storie intricate del titolare stesso, un uomo di mezza età che non parla moltissimo ma che in ogni parola trasmette un senso di concretezza e saggezza tipica dell’immagine che diamo ai saggi orientali. Le parole senza contorni arrivano dirette e potenti al punto, l’impressione è che rendere più semplice il pensiero non vuol dire renderlo meno interessante.

Parla di un altro paio di “comparse” che poi forse cosi comparse non saranno come quella di un anziana signora rimasta vedova, che gestisce un bagno pubblico ed che è in costante conflitto con il figlio che vorrebbe vendere il locale per ricavarne non ricordo nemmeno che cosa. Anche in questo caso fa riflettere su quanto molto spesso il desiderio del potere legato al denaro ci impedisca di capire e di rispettare quei legami, valori e sentimenti che non monetizzano ma che hanno il potere di far correre la vita ad un livello di serenità e di appartenenza che nessuna moneta potrà mai comprare.

Infine, ma non per importanza, c’è il rapporto sepolto tra il protagonista e il padre dello stesso; proprio questo rapporto è lo stimolo principale dei ragionamenti di cui vi parlavo sopra.

La scena del sasso (citata anche in precedenza) è un messaggio molto forte che credo riguardi grosso modo ogni persona (anche se magari in circostanze diverse) e quello che è arrivato a me è che spesso le nostre convinzioni frutto magari proprio di quel orgoglio personale ci impediscono di valutare (non intendo giustificare ma capire) in maniera oggettiva certe situazioni e il non volerle rimetter in gioco è troppo spesso soltanto paura di dover ammetter a noi stessi un errore di valutazione oppure di voler rimettere in gioco quelle che sono le nostre certezze ma a mio avviso proprio le stesse, troppo spesso, ci impediscono di esser sereni con noi stessi prima che con gli altri.

In fin dei conti quella che oggi è una certezza potrebbe non esserlo domani tanto quanto quelli che noi siamo oggi potremmo non riconoscerci domani e di conseguenza quella certezza potrebbe venir messa in discussione dalla nuova persona e dai nuovi pensieri che ieri non c’erano…

Inoltre c’è il complesso ragionamento legato al concetto dell’evento della morte, qui però credo che ognuno di noi debba esser libero di prendersi un po’ di tempo e di fare le sue riflessioni senza nessun tipo di interferenza e interpretare il senso del film secondo quelli che sono i canoni del suo pensiero.

Alla fine credo che di spunti di riflessione ce ne siano parecchi.. il film non scorre velocissimo ma credo che questa parte dell’opinione sia soltanto figlia della mia cultura e quindi del mio modo di vedere e vivere “europeo” e del concetto di tempo legato alla stessa struttura di interpretazione.

La primissima parte a tratti è anche divertente mentre il resto credo lo si possa ritenere fedele allo stile zen orientale. Ritengo che sia un film da vedere mantenendo chiara questa premessa.. dovete avere l’umore giusto o la curiosità giusta per vederlo perché altrimenti penso che possa non arrivarvi nel modo che credo meriti.

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Cortocircuito / 10 Marzo 2011 in Departures

La visione di questo film è spiazzante, perché è evidente un cortocircuito tra il tema trattato e i dialoghi (banali, quasi umoristici). Spiazza anche per la recitazione (macchiettistica, stereotipata) e per la banalità dei simboli (il fiume, la pietra, ecc). Ma è proprio questo cortocircuito che rende il film interessante, originale.

9 Marzo 2011 in Departures

Un film delicato che tratta con rispetto un argomento difficile: la morte

Stronzo, mille volte stronzo. / 23 Febbraio 2011 in Departures

Violoncellista sfigato trova lavoro presso saggio giapponese del belino che, attraverso la preparazione delle salme per il loro ultimo viaggio, gli insegnerà i veri valori di sta vita di plastica. Primo insegnamento spirituale: le botte di soldi che gli donerà per fargli accettare il lavoro. Questa la trama.

Film e giornate probabilmente vanno in coppia…
A giornata di merda segue film della stessa materia.
Volevo resistere fino alla fine…ma poi mi sono detto, perchè?
Nulla avrebbe potuto salvare l’inguardabile parte già vista. Quindi si fotta il secondo tempo.
Direi che è il film più insopportabile che abbia visto.
Lo odio.
Usa l’arma della morte per indurti alla commozione.
Sto stronzo.
Gioca a fare il cinico senza però essere mai cattivo.
Da Partito Democratico. Fa il buonista, sto stronzo.
Gioca con la morte per farsi forte, maschera di profondità pensieri leggeri come il cervello della Santanchè.
Sembra scherzare, fare lo scorretto…ma in realtà non lo è mai, semplicemente prova, pateticamnte, ad oscillare fra le corde dell’ironia e quelle della profondità di pensiero. Oscilla, strimpellando una melodia inascoltabile.
Tutto è finto, preparato, cinicamente studiato. Come le scene di vomito senza vomito. Non si vuole far male, è film per tutta la famiglia.
E che si fotta, la famiglia tutta.
Mai dire Banzai, ecco quel che è.
Vi cito solo una delle tante “perle di saggezza” di sta cosa chiamata film:

“Conosco un posto molto carino.
Mi ci porti?
Ti ci porto.
Mici, mici?
Mici, mici!”

Se questo per voi è amore allora aumentate di 9 il mio voto.

Tutto è falso, dagli attori fino ai doppiatori.
L’unico posto dove infilerei sta pellicola è in una parte ben precisa del corpo del regista.
Insieme ad un Tamagotchi.
Ovviamente morto.
A sto stronzo, mille volte stronzo.

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