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Recensione su Il nastro bianco

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24 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Your attention please, saltate pure perché sarò prolisso, non vorrei smarrire la mia solita pacatezza ma questo film per me è stato un capolavoro *_*
Da dire che c’era in sala anche gente che russava. Per cui se avete dei problemi, ecco, per esempio con i film dove non succede nulla, mh, allora temo non vi possa capolavorsembrare.
Allora, nero su bianco, è una storia ambientata in un villaggio della campagna tedesca poco prima dello scoppio della I guerra mondiale. Oh, sveglia coglione stai vedendo un capolavoro!!! Ma pensa un po’, dormire…
Strani fatti, di cui non si trova il colpevole, accadono. Il dottore si scassa cadendo da cavallo per un invisibile filo teso. Una donna muore in una casa pericolante e un granaio è dato alle fiamme. E così via. La storia è raccontata dal maestro del villaggio. Al maestro fanno da contraltare altre tre figure maschili, il barone, che da lavoro a quasi tutti gli abitanti del villaggio, il pastore (se non c’è un prete strunz pure questi luterani non son contenti); a cui si aggiungerà il dottore una volta guarito. Dunque. Questi personaggi non posseggono nome proprio, sono solo pastore, maestro, dottore ecc. Il maestro fornisce il punto di vista con la narrazione in prima persona, ed è colui che verso la fine cercherà di avvicinarsi alla verità senza arrivarci. Intorno ad essi si muove la vita di una società dove le donne non contano nulla (ma proprio nulla eh, alcune neanche come buchi da fottere – per dire) e i bambini, tanti e con gli occhi azzurri e i capelli biondi, vengono allevati nel rigore dell’ideologia religiosa, con tanto di punizioni corporee per chi sbaglia e il nastro bianco del titolo, che il pastore lega al braccio dei figli per ricordargli di essere puri. Il villaggio è un microcosmo chiuso dove l’angoscia per questa serie di delitti sempre più gravi sale col tempo, trasformando ogni sguardo in sospetto del prossimo e rivelando pian piano ogni personaggio nella sua meschinità. Il maestro, e la giovane tutrice a servizio del barone di cui è innamorato, sono gli unici a preservare un barlume di umanità in tutto ciò. Nonostante vada detto che lui sia davvero molto brutto (no, va sottolineato, non si capisce come lei si innamori di lui). Forse non tutti sanno che (aka: cazzo, ho scordato di dire) il regista è Michael Haneke (di cui per non essere ignoranti dovete aver visto Funny Games, possibilmente l’originale e non il remake), austriaco che si ritrova la capacità di mettere la violenza nei film senza doverla per forza mostrare. Porre le domande piuttosto che dare le risposte è un po’ il suo slogan, e infatti qui il mistero non è affatto svelato ma (spoiler) lo si capisce ca**o che sono stati sempre e solo i bambini a fare tutto. Il bianco e nero è allucinantemente funzionale alla distanza del racconto dagli eventi narrati (anche perché provare simpatia, o empatia, per dei personaggi del genere è dura), c’è tutto uno studio dietro sulla composizione formale delle immagini, soprattutto negli interni, che a me faceva continuare a pensare Dreyer Dreyer; allora sono andata a leggere delle critiche finché non ho trovato qualcun altro che dicesse Dreyer. E ci ho pure messo un po’. Ma poi Dreyer Dreyer non solo per quello, anche per lo sfondo religioso sul quale si svolge l’azione (Dies Irae, sia gli interni sia la religione), questa morale scultorea che definisce i comportamenti e le punizioni. Al bambino che si fa le pugnette vengono legate le braccia al letto quando va a dormire, e così via. E per la scelta degli attori, terribilmente primi ’900, non so quanto ci abbia messo, Dreyer Dreyer la teoria dell’attore come strumento che si pesca in una cassetta degli attrezzi da usare per un determinato fine. Oh, insomma, come la scelta (di Dreyer) quando doveva selezionare gli attori per la giuria del processo in La passione di Giovanna d’Arco (no, dico, più chiaro di così). E poi ok, i bambini biondi, anche a un John Carpenter col suo Il villaggio dei dannati si può pensare.
Ho finito, il succo è che i bambini (boh, ma tanto è sempre colpa dei bambini, ma nessuno pensa ai bambini?) hanno interiorizzato il rigido modello di violenza nascosto sotto la superficie di quel tipo di società. E la loro non è che la reazione. Notare bene che i biondi bambini tedeschi della I guerra mondiale saranno i biondi nazisti della II guerra mondiale, crucchi dimmmerda. Anche se Haneke in proposito ha parlato del suo film come la messa in scena di uno schema più universale di interiorizzazione e reazione alla violenza, quando una cultura ideologica si impone con la forza alla nuova generazione che non può reagire altrimenti che con altrettanta violenza. Insomma, i nazisti ma non solo i nazisti.
(Però lo vedi troppo quei bambini biondi e carucci saranno dei supernazisti). Achtung!

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