Recensione su Il nastro bianco

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18 maggio 2011

Mi è piaciuto, certamente la magniloquenza silenziosa e ritratta della fotografia domina l’intero film, e mi piace.

E’ forse vero che è un po’ il solito Haneke, però la sua rilettura dell’origine della violenza, senza trarne una soluzione, è decisamente affilata e precisa. Un mondo così ordinato, preciso, cadenzato da riti e gerarchie, che guida una umanità banalmente dedita alla sopraffazione e testimonia un periodo preciso di quella germania, ma svela molto delle dinamiche individuali e di gruppo. Perchè se in ogni casa, in ogni famiglia c’è una meccanismo di potere e di violenza, i bambini si muovono in gruppo, sono una massa silenziosa, la loro forza è anche nell’essere insieme, nell’essere molti, nel condividere quello schema che ripetono sui deboli, dividono la colpa, perdono la responsabilità, perdono l’imputabilità.
IL villaggio non si scuote mai dal suo torpore ordinato, come se riuscisse ad assorbire tutto, a tacitare ogni cosa, impermiabile.
E Haneke non ci fa mancare nulla, espone ogni forma di potere sui più deboli, da quelle derivanti dalla struttura sociale a quelle derivanti dalle istituzioni religiose e dalla famiglia patrircale nel rispetto del decoro e dell’occultamento nel privato, senza che nessuno si renda poi conto come quella stessa violenza esploda poi fuori incrociando i destini di tutti. E lo fa per reazione, rivolta contro quel mondo, replicandola in grande scala. E non c’è in tutto il film un vero grande mostro, ci sono solo piccoli, servizievoli esecutori di un male molto quotidiano, appunto molto banale.

Curiosa la visione del meridione dell’europa, segnatamente l’italia, posto tratteggiato come aperto, tollerante, capace di rompere il meccanismo di refrattaria subalternità alle regole

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