Recensione su Il gabinetto del dottor Caligari

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Non esistono realtà assolute ma solo punti di vista. / 7 Giugno 2012 in Il gabinetto del dottor Caligari

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il gabinetto del dottor Caligari è un film del 1920 diretto da Robert Weine.
L’opera realizzata è considerata il simbolo del cinema espressionista. Gioca moltissimo con il tema del doppio e della difficile distinzione tra allucinazione e realtà, aiutato da una scenografia allucinante caratterizzata da forme zigzaganti. E’ inoltre un esempio di modalità con lui l’avanguardia narrativa adatta procedimenti modernisti per il cinema di consumo.

Dopo l’uscita di questo film la critica sostiene che lo stile espressionista è giunto anche al cinema. L’espressionismo è una reazione al realismo: lo scopo del cinema espressionista è esprimere ciò che sta sotto la superficie delle cose, allontanandosi da una rappresentazione oggettiva della realtà. Ma come può il cinema baipassare la rappresentazione realistica della realtà? Questo film essendo girato totalmente in studio, può fare uso di scenografie e di costumi interamente costruiti per il film, deformandoli. In questo modo le scenografie sono il risultato di una serie di studi sulla pittura espressionista: quindi vedremo una serie di architetture deformate, con linee spezzate che ci catapultano in una realtà nuova che va al di là del mondo fenomenico.

Il film inizia con una cornice narrativa che serve da introduzione alla storia vera e propria; in questa cornice vediamo il protagonista, Francis, e un vecchio, seduti su una panchina in un giardino. Ad un certo punto passa vicino a loro una donna vestita di bianco, Jane, come un’apparizione, e da questo incontro Francis da il via al racconto di una storia. “Siamo in un piccolo paese della Germania, il Dottor. Caligari va in municipio per ottenere il permesso di esporre la sua attrazione alla festa del paese ma viene malamente accolto dall’impiegato municipale che non gli da il permesso. L’attrazione di Caligari è un sonnambulo, Cesare, che sa predire il futuro della gente, come quello dell’impiegato municipale che di li a poco morirà. Subito i sospetti ricadranno sul Dottor. Caligari”.

Verso la fine del film avviene un brusco ribaltamento dei fatti: si scopre che il giardino iniziale, in realtà è quello di un ospedale psichiatrico e che i personaggi del racconto di Francis sono i pazienti. Il film si conclude con in direttore che pare avere capito il disturbo di Francis ma ha un’espressione ambigua che getta ancora dei dubbi.
C’è un gioco continuo tra l’alternanza di realtà e di finzione. Non esistono realtà assolute ma solo punti di vista.

Ma c’è un problema di fondo a questo film: gli sceneggiatori, Mayer e Janowitz, hanno sempre sostenuto che la loro storia fosse stata tradita dalla cornice ideata da Weine, che la riconduceva al delirio di un folle smorzando così l’allegoria politica sul potere, che avevano in mente i due sceneggiatori.
La storia originale metteva in risalto la follia insita nell’autorità (vedi impiegato municipale) mentre il Caligari di Weine glorifica l’autorità e accusa di follia il suo antagonista.
Un film rivoluzionario venne così trasformato in un film conformista.
Per anni il Caligari è stato letto, anche dal critico Kracauer, come un film visivamente rivoluzionario ma dal messaggio reazionario, in gloria delle autorità, primo inquietante segno della potenza di Hitler.

Le idee su questo film erano quelle appena esposte, fino a che nel 1976 salta fuori la sceneggiatura originale di Mayer e Janowitz, che rimette tutto in discussione: la sceneggiatura dei due prevedeva anch’essa una cornice nella quale Francis, sposato con Jane, sedeva sul terrazzo della sua ville inseme a degli amici, e vedendo passare una carovana di zingari prende spunto per raccontare la sua storia. La situazione pensata dai due sceneggiatori era completamente pacifista.

Il caligari è un film che punta tutto sulla scenografia, e sulla messa in scena non certo sul montaggio. Il suo scopo è quello di organizzare il mondo diegetico che la macchina da presa registra. Importare l’arte espressionista al cinema puntando tutto sulla messa in scena.

1 commento

  1. giulianina91 / 9 Settembre 2013

    Grazie la tua recensione mi è stata molto utile 🙂

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