Recensione su La fuga

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M / 17 Marzo 2021 in La fuga

Siamo nel 1947, la Hollywood classica, la Hollywood dei divi, dove avere a disposizione un Cary Grant o una Katharine Hepburn può farti guadagnare vagonate di dollari indipendentemente dalla qualità del film. Delmer Daves è già noto come sceneggiatore, ma ancora poco conosciuto come regista (i western che lo fecero amare nel mondo dovevano ancora arrivare) e ha a disposizione il divo più divo di tutti: Humphrey Bogart. E che fa? Per la prima mezz’ora di film non lo inquadra mai, Bogart è già il protagonista ma tutta la vicenda è narrata da una sua soggettiva; nella seconda mezz’ora di film prende a inquadrarlo, ma il personaggio è andato incontro a un’operazione di chirurgia estetica, è completamente fasciato, gli si vedono solo gli occhi. C’è il mito che sta recitando per te, e tu mostri per la prima volta il suo volto al minuto 57 (in un film di poco più di un’ora e mezza). Una delle operazioni più rischiose e coraggiose mai viste dalle parti di Los Angeles,
Ovviamente questo continuo ritardare l’inquadratura sulla star ha un perfetto senso logico nella storia (prima non viene inquadrato perché dovrebbe avere un altro volto da quello di Bogart, e allora tanto vale sperimentare con le inquadrature; poi rimane fasciato proprio perché, in fuga dalla polizia, ha bisogno di cambiare i connotati), ma rimane un pezzo di bravura incredibile, soprattutto nella prima parte, dove la costante soggettiva funziona alla grande (una manciata di altri ci hanno provato, di solito l’effetto è fastidiosamente ubriacante). A sopperire all’assenza di Bogart dallo schermo ci pensa l’altra diva del film, Lauren Bacall, all’epoca ancora giovanissima ma già acclamata grazie al successone, l’anno precedente, de Il grande sonno.
Al di là di questo, ci troviamo di fronte a un ottimo noir, contro cui si possono magari sollevare critiche non inique (il finale un po’ frettoloso, una certa misoginia di fondo oggi imperdonabile), ma che sia sotto l’aspetto tecnico (su tutti la già commentata soggettiva) sia su quello della tensione e dei colpi di scena sa mantenersi sempre su livelli altissimi.

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