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Recensione su Crimson Peak

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Dimenticabile / 2 novembre 2015 in Crimson Peak

In “Crimson Peak”, Guillermo del Toro sposa nuovamente la poetica del macabro contornato da uno spirito favolistico: così, dopo “La spina del diavolo” e “Il labirinto del fauno”, il cineasta messicano ritorna ad un andamento registico e strutturale molto simile, con un omaggio più sentito a H.P. Lovecraft, le cui composizioni visive e tematiche si riscontrano come specchio dell’assonanza tra i due autori. Tuttavia, il bilico sul quale del Toro è solito porre i suoi film più famosi, ovvero quello tra reale e immaginifico, umano e spettrale, portati ad una percettività tetra e quindi avvinghiante, qui non si addice del tutto al racconto; al contrario, tale duplicità trascina l’insieme nel melodramma, scomponendo l’agglomero di virtù che si era creato nei suoi precedenti lavori. L’inganno sviluppato contro la protagonista vorrebbe essere lo stesso volto allo spettatore, ma così non è: non c’è suspense, né rivelazione, il lato letterario è completamente subordinato all’atto visuale che, sottinteso, non può colmare le lacune filmiche per lasciar posto a una bella carrellata di fotografie. Il cinema non è solo immagine.

Le trame della storia non si intrecciano a sufficienza; e se il racconto a tinte gotiche, strisciante nell’osservazione degli eventi da ogni angolo della dimora di Crimson Peak, dal profondo del giacimento di argilla rossa (con interessante forza simbolica) alla presenza dei fantasmi, ad un passato di macabre perversioni, potrebbe anche intrigare il pubblico, la sceneggiatura non svolge adeguatamente il suo compito, facendo precipitare il film nel pallido dramma di un triangolo sentimentale / amoroso tra i personaggi di Mia Wasikowska, Tom Hiddleston e Jessica Chastain. La firma d’autore di Guillermo del Toro, ovvero quel gioco perfetto tra sfondo e primo piano, storie a margine e storia principe, è in questo caso una macchia inconsistente, che tenta di rifarsi con banalità sceniche, caricate all’estremo di una farsa che non illude né tantomeno spaventa. La vicinanza del regista al genere fiabesco, e al ruolo speculare conferito alla dimensione reale, in “Crimson Peak” non danno il loro meglio, ma lasciano spazio all’eco lontana delle precedenti opere di del Toro: l’unico raggiro efficace di una pellicola smarrita tra flebili allegorie.

1 commento

  1. Stefania / 2 novembre 2015

    Sono d’accordo sul fatto che la ridondanza estetica di questo film possa essere abbastanza fine a sé stessa, perciò, pur avendola personalmente apprezzata, comprendo la critica. E concordo anche sul fatto che il meccanismo “magico” funzioni meno che altrove.
    Al contrario, penso che il vero disvelamento narrativo non sia rappresentato dal blando “raggiro” nei confronti della protagonista, quanto dalla tristezza (fonte di nevrosi) che avvolge la storia della coppia di fratelli: per quanto elementare, il messaggio (dal sapore, per l’appunto, moral-favolistico) è che sono i vivi, con tutte le loro pulsioni, e non i morti quelli di cui bisogna aver timore.
    Architettando questo film, mi piace credere che Del Toro abbia avuto in mente una sola, grande linea narrativa, ovvero quella dei fratelli: è la storia di Edith ad essere cornice introduttiva, a margine e, a dirla tutta, a me è venuta presto a noia, mentre con l’avanzare delle rivelazioni ero sempre più bramosa di (pur prevedibili) dettagli oscuri su quella degli altri due protagonisti.
    Crimson Peak è un parco giochi in stile, una ricca summa di codici e contenuti particolarmente noti e credo che, in questo senso, pur con i propri difetti, il film abbia raggiunto il suo obiettivo.

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