Recensione su Cosmopolis

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Pattinson, eterno vampiro / 4 Gennaio 2014 in Cosmopolis

Film d’autore con trama semplice: vuoi vedere che c’è il trucco?
Un giovanissimo miliardario americano, di quelli della peggior specie, decide, nonostante i vani tentativi di dissuasione da parte dei propri agenti di sicurezza che temono per la sua incolumità, di attraversare New York (città quest’ultima, in preda ad un caos che sembra più apocalittico che economico) a bordo della sua super limousine/appartamento/ufficio/centro ospedaliero, per recarsi dal proprio barbiere di fiducia. Durante il viaggio il protagonista incontrerà una serie di personaggi, strettamente legati alla sua posizione, e verrà informato di essere in pericolo di vita.
Il film è senza dubbio lento, lentissimo, quasi fermo (IL TRAFFICO!!!), e l’incedere affannato dell’auto, nella quale si svolge gran parte della trama, non fa altro che accentuare questa immobilità resa comunque di grande effetto dall’esperto regista.
A David Cronenberg, storico e maniacale sezionatore del corpo in tutti gli aspetti, vanno sicuramente riconosciuti almeno due meriti:
Il primo sicuramente è quello di aver centrato in pieno, la scelta dell’attore principale, tanto che, la parte del protagonista è l’aspetto più riuscito del film. Robert Pattinson, dal canto suo, ha già qualche anno di esperienza alle spalle circa il ruolo del vampiro di turno.
L’unica differenza questa volta risiede solamente nel fatto che ad un’ingordigia di sangue, romantica e di stokeriana memoria (mediocremente riuscita con Twilight), si lascia il posto ad una cinica, molto più antica e nello stesso tempo ultra contemporanea, sete atavica di potere, ricchezza e chi più ne ha…
L’altro merito che bisogna rilevare è il coraggio con il quale il regista ha voluto affrontare la vicenda, concentrandosi (non senza esagerare purtroppo) sul “come”, sul “modo” in cui trattarla piuttosto che sul cosa raccontare in sé.
L’errore di valutazione però, è stato proprio quello di ritenere accattivanti per il cinema, in maniera ossessiva, dei dialoghi a dir poco estenuanti (ricopiandoli per intero dal romanzo di De Lillo), col risultato di tediare, quasi inevitabilmente, uno spettatore già poco aiutato da una linearità (leggi monotonia) della trama.
Credo, però, che il più grosso difetto di questo film stia nell’essere fin troppo pieno di morali, che a mio parere risultano soltanto stantie e che lasciano poco o nulla ad uno spettatore che, per l’attenzione dedicata, meriterebbe qualcosa in più.
Bello il concetto che ronza di continuo, attorno alla trama, sull’asimmetria.
Da accentare, infine, la prova magnifica del “solito” grande, Paul Giamatti.

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